Vaccinazioni: ricerca, istituzioni, organi di controllo, giornalisti e case farmaceutiche. Ciò che “Le Iene” non hanno potuto mandare in onda.

Prendetevi 10 minuti del vostro tempo e dedicatelo alla lettura di questo capitolo, seppur lungo, che il dott. Stefano Montanari ha scritto per il libro “Vaccinazioni: alla ricerca del rischio minore. Perchè ho vaccinato i miei figli ma NON i miei nipoti” del dott. Eugenio Serravalle.

Ecco come funziona il sistema sanitario oggi. La saluta è il più grande business cui nessuno vuole lasciarsi scappare. Per il denaro si è disposti a tutto.

Stefano MOntanari

Quando Eugenio Serravalle mi chiese di scrivere un capitolo per il suo libro accettai subito con entusiasmo. E non solo per il piacere di rispondere di sì a un amico ma anche perché sapevo che il suo libro mi avrebbe consentito di diffondere quell’informazione che dovunque, non solo in Italia, è quasi totalmente mancante quando non, peggio ancora, scientemente distorta. Insieme c’era, però, la consapevolezza che non avrei mai voluto dover scrivere quello che il lettore troverà. Chi si accinge a questa lettura penserà, magari, di trovarsi di fronte a qualcosa che non c’entri per nulla con i vaccini. Invece non è così e arrivando alla fine di queste pagine tutto sarà chiaro e si dovrà costatare l’estrema gravità di quanto affermo.

Oramai parecchi anni fa – si era ai primissimi Anni Novanta, un amico chirurgo mi chiese di studiare il motivo per cui un filtro cavale, che lui aveva impiantato qualche tempo prima, si era rotto costringendolo ad espiantarlo dal corpo del paziente; cosa che, detto tra parentesi, oggi non si farebbe più. Per dovere d’informazione aggiungo che un filtro cavale altro non è che una sorta di ragnetto metallico che viene fissato nel lume della vena cava, il grosso vaso che convoglia il sangue in arrivo dagli arti inferiori e dal bacino e diretto verso il cuore, per bloccare il passagio agli emboli formati da eventuali trombi destinati al circolo polmonare.

Portai allora quel dispositivo rotto al Laboratorio dei Biomateriali dell’Università di Modena fondato e allora diretto da mia moglie, la dottoressa Antonietta Gatti, e insieme lo studiammo per rispondere alla domanda che ci era stata posta. La causa della rottura si rivelò banale e non vale la pena di ripotarla qui. La cosa interessante, invece, era ciò che trovammo sulla superficie di quell’oggettino analizzandola con un sistema particolare di spettroscopia: elementi chimici che nulla avevano a che vedere sia con la lega metallica del filtro sia con l’organismo umano. Naturalmente ci chiedemmo da dove potesse provenire quella roba, ma non trovammo alcuna spiegazione plausibile.

Passò poco più di un anno e, studiando un altro filtro cavale rotto, rilevammo lo stesso, allora inspiegabile, fenomeno. Fu solo a cavallo tra il 1997 e il 1998 che trovammola risposta. Arrivò al Policlinico di Modena una persona che da otto anni e mezzo soffriva di una febbre intermittente oscillante intorno ai 38° C, accusava un fastidioso dolore a un orecchio, lacrimava da un occhio e manifestava problemi sempre più gravi a fegato e reni, tanto che gli era stato pronosticato un ingresso indispensabile ai trattamenti di emodialisi. Nessuno dei non pochi ospedali ai quali il paziente si era rivolto era riuscito a spiegare quella strana collezione di sintomi apparentemente slegati l’uno dall’altro.

Per ridurre al minimo una lunga storia, dirò che per puro caso mia moglie si trovò ad analizzare le biopsie del fegato e dei reni su cui l’anatomo-patologo aveva emesso una diagnosi di “granulomatosi criptogenica”, una forma infiammatoria di origine ignota anatomicamente discontinua e diffusa nell’organo. In quei reperti lei rinvenne piccolissime particelle di ceramica che scoprimmo provenire da due ponti dentali malfatti stistemati nella bocca del soggetto. Questi, masticando scorrettamente proprio per la cattiva fatura, aveva ingerito sotto forma di polveri molto fini parte delle protesi. Dico tra parentesi che era quella protesi a provocare i problemi all’orecchio e all’occhio. Ciò che non s’immaginava a quel tempo era che sostanze solide non metabolizzabili una volta ingerite non fossero eliminate ma restassero imprigionate nell’organismo scatenando una reazione da corpo estraneo. In base a ciò che devemmo e di cui, ovviamente, discutemmo con i medici, il paziente fu trattato con farmaci antinfiammatori da cui derivò un grande giovamento, e così non solo la febbre sparì insieme con gli altri sintomi ma l’emodialisi fu evitata. Incuriositi, iniziammo ad interessarci ai numerosi reperti di casi di granulomatosi criptogenica archiviati al Policlinico, scoprendo che questi contenevano sempre polveri inorganiche.

Chiedemmo allora all’Università di Modena venti milioni di Lire per poter iniziare uno studio un po’ più sistematico su quella malattia molto comune di quanto ci aspettassimo, ma l’Università ci negò il denaro asserendo che ciò che avevamo visto e documentato con immagini inequivocabili di microscopia elettronica e grazie a cui il paziente appariva guarito non poteva essere vero perché “non era descritto in letteratura”. Inutile commentare; nessuna scoperta è documentata prima di essere scoperta, ma se le nostre università precipitano ogni anno più in basso nelle classifiche mondiali, una ragione evidentemente c’è.

Ci rivolgemmo allora  a centri tedeschi e inglesi per avere biopsie da analizzare e, grazie a loro, le scoperte si susseguirono. Ciò di cui ci accorgemmo è che le polveri fini e ultrafini, più o meno dalla decina di micron in giù, entrano nel corpo attraverso l’ingestione di cibi e di farmaci e, se non vanno a far parte della massa fecale ma vanno a contatto con la parete gastrica o intestinale, finiscono nel circolo sanguigno (ecco che cosa avevamo visto sulla superficie dei filtri cavali senza capirne l’origine) e da lì in qualunque organo dove vengono sequestrate per dare reazioni da corpo estraneo.

Cosa analoga accade con le polveri sospese in aria. Il loro comportamento è in molti casi omologabile a quello di un gas e come un gas vengono inalate e respirate. Se sono abbastanza piccole, dagli alveoli polmonari – i circa trecento milioni di piccole strutture nel cui ambito anidride carbonica e ossigeno vengono scambiati – passano entro qualche decina di secondi al sangue, ripetendo quanto descritto brevemente sopra.

Piano piano, ma poi non troppo piano, una scoperta seguì l’altra, e questo anche grazie alla Comunità Europea che nel 2002 mise mia moglie a capo di una ricerca che lei stessa aveva ideato (Progetto Nanopathology) e molto scaturì da quello. Fu chiaro che il processo infiammatorio da corpo estraneo provocato da quelle particelle diventava cronico, e questo perché l’innesco, vale a dire la polvere, era “eterna”, se con questo aggettivo è permesso indicare qualcosa che non si degrada. E’ noto e confermato da una quantità enorme di studi medici che le infiammazioni di quel genere possono alla lunga trasformarsi in cancri, e di questo abbiamo ora non meno di duemila casi studiati nel nostro laboratorio (che non è più quello universitario dal 2004). Già nel 2001 avevamo scoperto che le particelle di polvere, arrivate al sangue, potevano innescare fenomeni di coagulazione che, se in ambito venoso, provocano la trombo-embolia polmonare e, se in ambito arterioso, ictus e infarto cardiaco. Può essere curioso notare come una decina di anni dopo, con le nostre fotografie del fenomeno addirittura pubblicate nel 2002 dalla Comunità Europea, venne annunciata da parte di un’università italiana insieme con una americana l’identica scoperta come fosse una novità.

Scoprimmo pure come quelle particelle possono finire nel liquido seminale provocando sterilità e una condizione chiamata Malatia del Seme Urente in cui, a seguito di rapporti sessuali non protetti, il maschio portatore del problema induce con il suo sperma la formazione, nel canale vaginale della partner, di piaghe sanguinanti molto dolorose, intrattabili sia farmacologicamente sia chiurgicamente.

A questo si aggiunse la scoperta di come le particelle passino da madre e feto provocando aborti o malformazioni fetali. Addirittura ci siamo trovati a confrontarci con bambini che avevano sviluppato forme tumorali in grembo a una madre sana. All’autopsia gli organi dei bambini, bambini che naturalmente non erano mai usciti dall’utero materno, rivelano di contenere le particelle classiche dell’inquinamento cittadino.

La provenienza di queste polveri è piuttosto varia. La Natura ne è una produttrice con i vulcani, con l’erosione delle rocce, con la sabbia sollevata dal vento, con gl’incendi più o meno naturali dei boschi; ma è l’uomo il massimo produttore e lo fa principalmente con le sue tecnologie basate sulle alte temperature. Dunque: motori a scoppio, moltissime fabbrice, centrali elettriche a carbone e ad oli pesanti, inceneritori di rifiuti, fonderie…. Insomma, quasi sempre le tecnologie ad alta temperatura, tutte, nessuna esclusa, generano enormi quantità di polveri. Ma ci sono anche da un po’ di anni a questa parte le particelle di pochi nanometri di diametro (un nanonmetro è un miliardesimo di metro), prodotti appositamente fabbricati e utilizzati per le loro straordinarie caratteristiche tecniche che sono alla base delle cosiddete nanotecnologie. Purtroppo queste ultime sono aggressive per la salute tanto quanto quelle generate involontariamente come effetto collaterale di processi tecnici o industriali.

Adattando la nostra metodica di microscopia elettronica ai diversi tipi di campioni, esaminammo aria, vegetali, cibi, indumenti, ognitipo di reperto biologico e anche farmaci. E, tra i farmaci, 24 vaccini. Dapprima lo facemmo per nostra curiosità; poi, qualche anno dopo, perché arrivò da noi Francesca Sola, una ragazza proveniente dall’Università di Parma che ci chiedeva di poter fare la sua tesi di laurea analizzando alcuni vaccini con la nostra tecnica. Così partimmo, anche se non fu sempre facile reperire i campioni perché in alcuni casi questi non sono disponibili in farmacia ma solo presso strutture pubbliche e dunque si dovevano chiedere al produttore, il quale non gradiva ficcanaso.

Senza troppa sorpresa visti i risultati precedenti, anche i campioni analizzati con Francesca rivelarono tutti un contenuto di polveri solide, inorganiche, non biodegradabili e non biocompatibili, il che significa inevitabilmente patogene.

Di questo insieme a mia moglie avevamo già parlato in precedenza con alcuni rappresentanti di case farmaceutiche, i quali si dissero “molto interessati” a ciò che avevamo rilevato. Una volta – si era a Firenze nell’autunno del 2008 – ne parlai pure ad uno dei corsi di aggiornamento cui i medici devono assistere e, a fine lezione, venne da me, molto imbarazzato, un pezzo grosso della “ricerca” (mi dispiace dover chiudere la parola tra virgolette, ma non ho altre possibilità) di un produttore di vaccini che mi pose un sacco di domande, assicurandomi che avrebbe dato séguito alla cosa. E il séguito, come in ogni altro caso, fu il muro di gomma. Nessuna meraviglia: non esiste alcuna disposizione legale a proposito di quelle eventuali presenze e, dunque, si può impunemente far finta di nulla. E di questo verrà fatta chiara menzione da parte di un responsabile della produzione di vaccini qualche anno più avanti, come vedrà chi arriverà in fondo a questo capitolo.

Un episodio degno forse di considerazione fu quello accaduto nell’autunno 2012. Come ogni anno, in quel periodo la campagna per indurre più persone possibile a vaccinarsi nei confronti dell’influenza si stava scatenando. D’improvviso accadde qualcosa, qualcosa che non ebbe poi una spiegazione che potesse reggersi scientificamente: di alcuni tipi di vaccini anti-influenzali venne bloccata la vendita. La notizia mi arrivò tramite un comunicato di agenzia e cinque minuti dopo ero nella farmacia più vicina al mio laboratorio per vedere di acquistarne un pezzo di ognuno prima che la notizia arrivasse al farmacista. Di tutti i vaccini sospesi solo l’Agrippal era disponibile e il farmacista, ignaro del provvedimento, me lo consegnò. Erano le 15 e 24 del 24 ottobre come da scontrino. Non ero ancora uscito quando arrivò in farmacia la telefonata di annuncio: l’Agrippal non si può vendere. Io, però, la scatola l’avevo pagata, avevo tanto di ricevuta e me ne andai. L’analisi non fu confortante: particelle di Ferro; di Ferro e Titanio; di Zolfo, Bario, Cloro, Silicio, Alluminio e Sodio; di Silicio, Sodio, Alluminio, Silicio e Piombo; di Ferro e Zinco; di ferro, Cromo e Nichel, cioè acciaio. Le loro dimensioni andavano dalle centinaia di nanometri a qualche micron, fino ad agglomeratidi decine di micron. Di fatto, un bel campionario di pezzetti di materia solida che in una soluzione iniettabile proprio non dovrebbero starci.

Come sempre avevamo fatto, e questo va specificato con estrema chiarezza, noi avevamo analizzato un solo campione e non più campioni provenienti da lotti diversi. Insomma, una sorta di fotografia istantanea e non ha un film.

Per completezza d’informazione, aggiungo che passò appena qualche giorno e i vaccini bloccati tornarono di libera vendita senza spiegazione alcuna. Solo le rassicurazioni generiche e non sostanziate da alcuna spiegazione da parte delle cosiddette “autorità”.

Il 21 novembre dello stesso anno vennero a trovarmi in laboratorio due agenti dei Carabinieri del NAS di Parma e io consegnai loro il risultato dell’idagine. Nessuna accusa a nessuno, per carità: l’analisi era stata fatta su una sola confezione e un incidente può capitare. Anche se in un vaccino…

Comunque sia, non ho notizie di reazioni da parte dei Carabinieri né da chi è preposto a vigilare sui farmaci. Il che non è affatto stupefacente se si considera ciò che era accaduto l’anno prima.

L’anno prima era venuto da me Luigi Pelazza, uno dei giornalisti del programma televisivo “Le Iene” con cui avevo già girato diversi servizi, dicendomi di aver parlato con il dottor Giampietro Spinosa di Losanna a proposito del Gardasil, il vaccino “contro il cancro del collo del’utero” (anche qui le virgolette sono d’obbligo perché il vaccino è indirizzato solo contro quattro ceppi di Papilloma virus). Ciò che Spinosa, ginecologo di lungo corso e di grande prestigio tanto in Svizzera quanto all’estero, gli aveva comunicato era che quel prodotto era poco o nulla attivo, e questo stando a quanto il produttore stesso riportava nella letteratura presentata all’FDA, l’ente statunitense che dà licenza di messa in distribuzione ai farmaci, un ente che ha giurisdizione solo negli Stati Uniti ma la cui autorità scientifica è riconosciuta ovunque, tanto che un placet FDA è praticamente un via libera quasi a livello planetatrio.

Pelazza mi consegnò un campione di Gardasil chiedendo che fosse analizzato, cosa che facemmo trovandolo, ahimè, inquinato dalle oramai solite polveri. Nel caso di quel campione, come sempre uno solo, le particelle che trovammo erano composte da Rame, Alluminio e Ferro; da Piombo e Bismuto; da Ferro e Fosforo e da Ferro solo. Le dimensioni, più o meno le solite, da non molti nanometri a qualche micron con particelle solitarie e altre agglomerate.

Con quei dati in mano, Luigi Pelazza prese appuntamento a Roma con la Sanofi Pasteur, la distributrice europea del Gardasil con il cui produttore è in condizione di joint venture, e l’unica azienda in Europa che si occupi solo della produzione di vaccini. Così, andammo a Roma. Oltre a mia moglie e, naturalmente, a Pelazza c’erano Spinosa e due operatori di aiudio e di ripresa video.

Fu un’intervista che durò non molto meno di quattro ore e ci trovammo di fronte un professore dell’Università di Bologna convocato dall’Azienda, qualche tecnico e il dottor Roberto Biasio che della Sanofi è il direttore medico scientifico. Ovviamente la Sanofi non aveva grandi armi per ribattere alla sua stessa letteratura e alle nostre analisi e, ad intervista conclusa, ce ne tornammo ognuno a casa propria.

Per motivi che preferisco non esporre per carità di patria ma che chi mi legge potrà intuire, la Sanofi si oppose immediatamente a che il servizio fosse trasmesso e così fu, ma Luigi Pelazza riferì della cosa ai Carabinieri del NAS di Roma e questi mi convocarono. Andati. Era domenica 2 ottobre 2011 e passai tutto il pomeriggio alla loro sede dell’EUR. Risposi a tutte le domande, spiegai il problema legato a quegli inquinanti, consegnai i risultati delle analisi e … e non accadde nulla. Nulla se si eccettua una visita al nostro laboratorio di Modena del dottor Biasio con cui avemmo una conversazione molto interessante (Biasio ha una preparazione tecnica di tutto rispetto) e ci lasciammo con l’assicurazione che alle nostre analisi si sarebbe dato séguito. Credo che nessuno si sorprenda se dico che il séguito è stato pari a zero e tra qualche paragrafo arriverà la spiegazione.

Passò un po’ di tempo, fino a che non mi telefonò Valentina Corvino, giornalista del settimanale “Il Salvagente”. Mi chiese un’intervista a proposito dei vaccini in generale e del Gardasil in particolare. Le dissi, riassumendo molto, delle nostre ricerche e dei nostri risultati e ne usc^ un articolo di diverse pagine. La parte più interessante però, se si vuole avere idea della situazione in cui ci troviamo, non era quella dedicata a me, ma la parte, molto più stringata, dedicata al dotto Biasio. Cito alla lettera:”Biasio è stato uno degli interlocutori di Montanari e sulle analisi afferma: ‘Sono condotte con metodologia seria, ma non sono pertinenti agli standard di qualità richiesti dalle procedure di produzione e rilascio dei lotti di vaccini; le nanoparticelle si possono trovare anche in altre sostanze e alimenti e non possono considerarsi pericolose per la salute umana se rispettano i limiti previsti dalle norme.”

Traducendo, Biasio dà atto che le nostre analisi sono ineccepibili ma aggiunge che, non esistendo regole, iniettare pezzi di metallo, per di più di composizione tanto varia quanto ignota, è del tutto lecito. Poi dice che le particelle sono innocue se si rispettano i limiti previsti. A quali limiti si riferisca non è dato sapere perché, appunto, non esistono limiti né, peraltro, vengono effettuate le analisi del caso, costituendo queste una spesa inutile per l’Azienda e, in fondo, comportando il rischio di darsi la zappata sui piedi. Se si scoprisse che la produzione è inquinata, occorrerebbe per prima cosa ammettere l’esistenza di qualcosa che è un problema e subito di quel problema cercare l’origine per poi, necessariamente, porvi rimedio. Ma, se nessuno è al corrente del problema, si può tranquillamente fingere che il problema non esista. E, se ci saranno conseguenze, si potrà sempre continuare ad affermare che sono dovute a chissà che o che non esistono affatto. Va poi ricordato che l’European Environment Agency, cioè l’ente  europeo che si occupa di ambiente, nel suo rapporto 2/2007 a pag. 9 scrive:”For PM, no safe level has been identified”, il che significa che nessuno ha mai trovato un limite tollerabile per le particelle, e questo per le particelle sospese in aria. E’ fin troppo ovvio che, iniettate in un organismo, le particelle hanno un effetto di gran lunga più aggressivo.

Ma il dottor Biasio non ha finito:”Non metto in dubbio il fatto che particelle estranee possano essere individuate all’interno di un flacone di vaccino, ma si tratta di rarissimi casi isolati, identificabili tramite l’ispezione visiva, sempre prevista da parte del medico prima della somministrazione di qualsiasi farmaco. I processi produttivi per i vaccini, come per qualsiasi altro prodotto, non sono perfetti, ma sonon molto evoluti e lavoriamo perché ci sia un costante miglioramento. Ciò, tuttavia, non significa che i vaccini non siano dei prodotti altamente puri e sicuri: nessun prodotto è più controllato”.

Traduco ancora una volta. Secondo Biasio aver trovato inquinati 24 vaccini su 24 è un fatto rarissimo. Poi, stando all’intervista, il medico guarda la fiala del vaccino e vede se dentro, in sospensione, ci sono delle particelle. Mi chiedo come faccia un essere umano, pure forte di una laurea in medicina e della vista di un falco, a vedere ad occhio nudo cose che solo un microscopio elettronico può discernere. E mi chiedo pure quale sia il livello di controllo e di sicurezza degli altri farmaci se nei vaccini, che, a sentire Biasio, sono al top della sicurezza, c’è dentro ciò che abbiamo trovato noi in tutte le circostanze. Lo stesso numero della rivista porta pure un intervento della dottoressa Stefania Salamso, direttrice del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e protezione della salute dell’Istituto superiore di sanità: “Tutti i lotti immessi in commercio sono testati attraverso una serie di controlli di qualità stringenti e standardizzati da parte di diversi istituti europei, tra cui anche l’istituto superiore di sanità. I controlli sono complessi e di qualità certificata, non fanno testo osservazioni di singoli studi effettuati in modo estemporaneo e non riproducibile”.

La domanda ovvia è quali siano i “controlli di qualità stringenti”, visto quello che evidentemente sfugge, e pure è inevitabile chiedersi come si possano definire estemporanee e non riproducibili indagini la cui metodologia risulta da un progetto di ricerca europeo, indagini la cui attendibilità è stata ammessa addirittura da chi da quelle analisi era stato colpito nei propri interessi come fu per il dottor Roberto Biasio. Ma non voglio infierire, limitandomi ad esprimere la mia preoccupazione riguardante il ruolo di un ente come l’Istituto superiore di sanità da cui abbiamo il diritto, non fosse altro che perché lo manteniamo, di pretendere un atteggiamento molto diverso. Del resto, come si suol dire, tutto il mondo è paese. La prestigiosissima FDA americana oramai concede permessi di commercializzazione a piene mani purché si dimostri, e nemmeno importa tanto come, che il farmaco per il quale si chiede il via libera sia più attivo di un placebo. Ai vecchi tempi della mia università una cosa del genere sarebbe stata impensabile, ma di qualcosa bisogna pur morire e, allora, tanto vale farlo per convogliare quattrini in tasche peraltro già gonfie.

Può essere degno di nota il piccolo séguito che mi vide in qualche modo coinvolto con il professor Silvio Garattini, fondatore e primo direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, una strutura nata a Milano e ora cresciuta enormemente, forte di quattro sedi diverse.

Pelazza, la “Iena” che non voleva mollare, organizzò un incontro con Garattini, un’intervista a proposito del Gardasil e dei vaccini in generale, e mi chiese di parteciparvi; una partecipazione, la mia, “a sorpresa” perchénon comunicata in precedenza. Così Luigi ed io ci vedemmo alla sede milanese di Mediaset e, insieme, andammo alla Bovisa dove sorge la centrale dell’Istituto.

Chi ci ricevette all’entrata comunicò al direttore che eravamo arrivati, dando, naturalmente, anche il mio nome quale ospite inatteso. Poi qualcuno ci accompagnò a sedere in un angolo di un corridoio e, dopo un po’, Pelazza fu ammesso nello studio del Professore. Io aspettai fuori per diverse decine di minuti, fino a che Pelazza non uscì. Lo fece in fretta e quasi mi trascinò via: Garattini rifiutava di vedermi perché “tutti sanno che Montanari è contro i vaccini”.

Difficile non restare sconcertati davanti all’atteggiamento di chi è ufficialmente un ‘uomo di scienza’, e basta scorrere l’elenco delle cariche ricoperte per restarne in soggezione. A ottant’anni suonati da un pezzo il professor Garattini non ha la più pallida idea di che cosa significhi comportarsi da scienziato. Piaccia o no, la Scienza – e lo scrivo con l’iniziale maiuscola perché quella con la esse minuscola non m’interessa – è aperta a ogni contributo ed è onesta come solo può essere l’onestà: senza compromessi. Io ero andato a incontrare quello che pensavo fosse un collega e, invece, mi ero trovato al cospetto o, meglio, al non cospetto, di qualcuno terrorizzato da chi gli avrebbe posto sotto il naso documenti inoppugnabili che lo avrebbero senza dubbio messo in difficoltà. Che cosa avrebbe potuto rispondere Garattinii davanti alle fotografie e alle analisi degli inquinanti? Che cosa avrebbe potuto dire alle case farmaceutiche generose sostenitrici di un ente di quelle dimensioni (850 ricercatori) e dotato del potere dell’Istituto Mario Negrio? In fondo, in un modo o nell’altro tutti tengono famiglia. Allora, meglio non incontrarmi e non vedere cose imbarazzanti. Ancora una volta non voglio infierire, ma la Scienza è bel altra cosa e ha bisogno, oggi più che mai, di sarcerdoti molto diversi se non vogliamo soccombere alla sua sorellastra con l’iniziale minuscola. Uno scienziato vero avrebbe addirittura chiesto d’incontrarmi, mi avrebbe subissato di domande, avrebbe cercato di mettermi in difficoltà e, dati alla mani se dati ci fossero, mi avrebbe contestato. Il futto ad esclusivo interesse della verità e della salute per il cui rispetto ogni medico ha giurato. Fuggire è la più palese dimostrazione di una sconfitta, ma di quella fuga ben pochi avrebbero saputo e, dunque, la sconfitta tenuta discreta valeva la candela.

Un fatto è sicuro: al di là delle incertezze sull’efficiacia dei vaccini e dell’effettiva necessità di prevenire malattie tutto sommato meno pericolose di quanto non lo siano gli effetti collaterali inevitabili in ogni farmaco e, dunque, anche nel caso in questione, si spalanca una voragine di cui pare pochissimi comprendano la reale portata. Una portata poco compresa anche da chi, magari con un approccio più emotivo che scientifico, si oppone all’uso dei vaccini, ma certo ben compresa dai produttori che, però se ne stanno rigorosamente zitti, sperando che nessuno dia séguito alle nostre ricerche, cosa più che probabile perché oggi i quattrini per la ricerca nel campo vengono quasi del tutto dall’industria. Stando a ciò che vedo in laboratorio, io temo che una parte tutt’altro che trascurabile dei problemi della cui responsabilità i vaccini sono sempre più sospetti sia da attribuire alla presenza d’inquinanti solidi, non biodegradabili e non biocompatibili di cui la legge s’infischia. Fino a che le istituzioni di controllo continueranno a far finta di nulla, fino a che i medici, e i pediatri in particolare, saranno tenuti nell’ignoranza dalle case farmaceutiche di fatto detentrici della ‘cultura’ specifica, fino a che si continuerà ad attuare il ricatto psicologico senza motivarlo con dati oggettivi verso chi non vaccina i bambini, non ci sarà via d’uscita. E’ del tutto indispensabile che si mettano in pista, senza altri indugi, ricerche non di facciata e non agli ordini di Big Pharma, ma del tutto indipendenti. Indugiare significherebbe aumentare a dismisura tanto i guai sanitari quanto la nebulosità in cui ci si dibatte; invece noi abbiamo bisogno di chiarezza perché ognuno, poi, possa scegliere come comportarsi in base ad elementi certi. Dunque, a differenza di quanto sostenuto goffamente dal professor Garattini per giustificare il rifiuto ad incontrarmi, io non sono affatto, in maniera preconcetta, “contro i vaccini”: io pretendo chiarezza e la chiarezza non può arrivare da reazioni a dir poco opinabili come quelle ricevute.

Vista la quantità enorme di denaro coinvolto nella questione, e visto che il denaro può indurre in tentazione, per essere relativamente sicuri dell’affidabilità dei risultati occorre che non sia un solo gruppo di ricercatori ad occuparsi del problema ma i gruppi siano più di uno, in modo che ognuno sappia di essere controllato e, dunque, sappia che nascondere o distorcere i risultati non sarà facile come è stato fino ad oggi. Certo, occorrerano quattrini e tempo, ma ne varrà la pena.

 

Fonte: Vaccinazioni: alla ricerca del rischio minore. Perché ho vaccinato i miei figlie ma NON i miei nipoti di Eugenio Serravalle.

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