Davide Cervia, uno dei massimi esperti di guerra elettronica, venduto forzatamente dallo Stato Italiano?

Il caso di Davide Cervia, uno dei pochi e massimi esperti di armi elettroniche, venduto contro la sua volontà e con la complicità dei servizi segreti militari italiani, e non solo, nei traffici di armi e di materiale elettronico dall’Italia verso i Paesi del Medio Oriente. Rapito alla vigilia della Prima Guerra del Golfo. Guarda caso, la prima guerra elettronica!

Dopo essersi specializzato, insieme a pochi altri, in tecnologie da guerra avanzatissime, si è congedato per star vicino alla propria famiglia.

Come altri esperti in tali tecnologie, ha prima ricevuto offerte di lavoro all’estero ben remunerate, dopo averle rifiutate, ha subito vari segnali/attentati. Non avendo sortito il cambiamento voluto, nel suo caso è scattato il rapimento!

Una storia piena di depistaggi e contraddizioni ai massimi livelli istituzionali!

Chi acquisisce elevate e ricercate competenze, in un modo o nell’altro, deve continuare a servire il padrone! 

Davide Cervia

Interrogazione parlamentare n. 2-00275 del 14 Maggio 2015 da parte del Movimento 5 Stelle.

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=17&id=914629

http://www.tankerenemy.com/2007/08/davide-cervia-ed-il-progetto-rfmp.html#.VWMK7kaHsjU

http://www.tankerenemy.com/2007/07/il-progetto-rfmp-i-dettagli-articolo-di.html#.VWMK80aHsjU

https://www.facebook.com/pages/AAA-Vendesi-esperto-di-guerre-elettroniche-storia-di-Davide-Cervia/157384064363447

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00275

Atto n. 2-00275 (procedura abbreviata)

Pubblicato il 14 maggio 2015, nella seduta n. 451

CRIMI , MARTON , BERTOROTTA , SCIBONA , MORRA , CAPPELLETTI , BULGARELLI , LUCIDI , LEZZI , SERRA , SANTANGELO , MONTEVECCHI , MORONESE , BOTTICI , PAGLINI , FATTORI , ENDRIZZI , CIOFFI , PUGLIA , FUCKSIA , GAETTI , MANGILI , TAVERNA , CASTALDI , DONNO , AIROLA , BLUNDO , CATALFO , BUCCARELLA , GIROTTO , NUGNES , MARTELLI , GIARRUSSO , PETROCELLI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della giustizia e della difesa. –

Premesso che a quanto risulta agli interpellanti:

Davide Cervia nasce a Sanremo (Imperia) nel 1959, ove risiede con la famiglia fino al 1978. In tale anno consegue il diploma di perito elettronico;

in data 5 settembre 1978 Davide si arruola come volontario nella Marina Militare Italiana, entrando a far parte degli addetti agli armamenti tecnologici della Nave Maestrale in veste di sottoufficiale;

nel 1982 Davide è a Roma per frequentare un corso specialistico su mandato della Marina. Di rientro a Genova, in treno, conosce Marisa Gentile, con la quale avvia una relazione e convolerà a nozze il 18 settembre dello stesso anno. Per seguire il marito, Marisa decide poi di trasferirsi a La Spezia, città nella quale Davide è “di stanza per la Marina, sempre imbarcato sulla Nave Maestrale”. Nella città ligure i due coniugi trascorrono circa un anno e mezzo;

in data 1° gennaio 1984, in anticipo sulla scadenza naturale della ferma in vigore all’epoca, Davide si congeda dalla Marina Militare con il grado di sergente. La scelta è motivata dai lunghi periodi di lontananza dalla sua nuova famiglia, e dall’imminente nascita della primogenita della coppia, Erika Cervia, alla quale seguirà il secondogenito Daniele Cervia, nato nel 1986. A rappresentare le ragioni del congedo di Davide è sua moglie Marisa: “Appena esce una legge che riduceva la ferma obbligatoria, [Davide, n.d.a.] si congeda, anche perché io ero già in attesa di Erika, e lui voleva esser vicino alla famiglia, mentre la vita di chi è imbarcato prevede molti periodi in mare. Non se la sentiva più, stava bene nella Marina, ne parlava benissimo, però è stato più forte il richiamo dell’amore e dei figli (“Cronaca Nera”, 8 aprile 2013);

nel 1988 la famiglia Cervia si trasferisce a Velletri (Roma), in via Colle dei Marmi; qui, Davide inizia a lavorare per la società Enertecnel Sud, con sede presso Ariccia (Roma), a circa trenta minuti di auto dalla sua abitazione; Marisa descrive così quel periodo: «[Davide] era bravo e richiesto e infatti trovò subito lavoro qui vicino Velletri, dove ci eravamo costruiti questa casa sul terreno che era di mio padre. Volle venire qui a Velletri, perché amava la campagna, era un ragazzo che amava gli spazi aperti. Diventa uno dei responsabili della ditta dove lavorava, che faceva componenti elettrici ed elettronici, un lavoro che gli piaceva» (“Cronaca Nera”, 8 aprile 2013);

in data 12 settembre 1990, Davide esce di casa al mattino presto per recarsi alla Enertecnel Sud. Alle 17, finito il turno, saluta i colleghi e sale a bordo della sua Volkswagen Golf di colore bianco per tornare a casa. Non vi arriverà mai: da quel momento scompare in circostanze tuttora misteriose;

in riferimento alle ore intercorse tra la partenza di Davide dalla fabbrica in cui lavorava e il suo preventivato rientro a casa, Marisa ha dichiarato che nel pomeriggio del 12 settembre Davide “sarebbe dovuto arrivare verso le 17:30. Passano le ore, e non arriva, lui era precisissimo, cominciano le telefonate ai colleghi ma niente, nessun contrattempo dal lavoro”. I colleghi di Davide, contattati da Marisa perché preoccupata del ritardo del marito, sostengono di “averlo visto uscire per tornare a casa e che anzi, aveva detto di aver premura di tornare”, poiché a casa l’attendeva sua figlia Erika, la quale «si era esercitata tutto il pomeriggio sulla bicicletta per mostrare a Davide di aver imparato ad andare su due ruote” (“Cronaca Nera”, 8 aprile 2013);

a partire dalle ore 19 Marisa si rivolge ai colleghi di lavoro ed ai genitori del marito per avere informazioni, senza ottenere alcun risultato. La sera, aiutata da alcuni amici, ripercorre i vari tragitti che Davide faceva abitualmente per tornare a casa; telefona a vari ospedali; chiama polizia e carabinieri per sapere se fossero giunte segnalazioni. La mattina seguente continuano le ricerche anche da parte dei genitori di lei presso la ditta per la quale lavora il genero, ma nessuno dei colleghi ha sue notizie, né v’è alcuna traccia della sua autovettura. Viene ripercorso nuovamente il tragitto abituale che il tecnico fa tra casa e lavoro, ma ancora niente;

la preoccupazione di Marisa si fa insopportabile nel momento in cui, intorno alle 12:30 del 13 settembre, arriva una telefonata muta, così come il 14 settembre sempre alla stessa ora. Dopo 15 giorni sarebbe arrivata anche una terza telefonata muta sempre alla stessa ora: le telefonate hanno in comune il rumore di traffico in sottofondo;

in data 13 settembre 1990, Marisa si reca presso la caserma dei carabinieri di Velletri per denunciare la scomparsa di Davide; la denuncia è depositata nel pomeriggio, in seguito alle 24 ore di attesa previste dalla legge nei casi di persone scomparse;

nei giorni seguenti Marisa, riflettendo su tutte le ipotesi all’origine della scomparsa del coniuge, ricollega a tale vicenda strani episodi occorsi alla sua famiglia ed in particolare al marito negli ultimi tempi. Più specificamente: nei primi mesi del 1990 Davide decide di richiedere il nulla osta per il porto d’armi e successivamente acquista un fucile usato, giustificando questa decisione con la necessità di difesa personale visto che la coppia abita in campagna in un luogo un po’ isolato; intorno al 20 agosto viene notata la presenza di un buco nella recinzione dietro la casa, proprio nel punto in cui il marito è solito parcheggiare l’auto e unico tratto recintato della proprietà: non manca nulla, ma è comunque sporta denuncia ai Carabinieri di Velletri; verso la fine di agosto un improvviso incendio all’auto di Davide, causato da un cortocircuito alla parte elettrica, è seguito da una sorprendente reazione di sconforto e di pianto dello stesso; nei giorni 10-11-12 settembre si notano strani appostamenti di automobili nei pressi del viale che porta all’abitazione dei Cervia;

con particolare riferimento al citato incidente occorso alla vettura, Marisa ha dichiarato che Davide “pianse, ed era la prima volta che lo vedevo così turbato, esagerato gli dicevo io, è solo una macchina, ma forse lui percepiva segnali di pericolo, visto che si era comprato qualche mese prima un fucile, mi diceva per difesa dagli animali selvatici, qui intorno, ma era nervoso e preoccupato” (“Cronaca Nera”, 8 aprile 2013);

gli inquirenti titolari delle indagini ipotizzano da subito un “allontanamento volontario”, nonostante l’assenza di alcun supporto indiziario e la presenza di numerosi elementi di segno opposto, in aggiunta a quelli richiamati: a detta di parenti ed amici, Davide risulta essere una persona cordiale, dai modi educati e gentili, dedito al lavoro, felice della propria famiglia e profondamente legato alla moglie, che è solito riempire di attenzioni e portarle dei fiori (delle rose saranno ritrovate nella sua autovettura, rinvenuta alcuni mesi più tardi, come si dirà a breve); proprio qualche mese prima della scomparsa aveva organizzato per lei con grande impegno una festa di compleanno a sorpresa ed aveva già manifestato ai parenti ed agli amici più intimi l’intenzione di festeggiare insieme l’anniversario di matrimonio il 18 settembre; ha uno splendido rapporto coi suoi bambini, Erika di 6 anni e Daniele di 4, ed ama intrattenerli giocando o raccontando loro delle storie. Per chi lo conosce bene i dissapori familiari e la fuga volontaria sono da escludere; egli ha, inoltre, offerto ospitalità ad un amico per il 26 settembre; ha effettuato nei giorni 9-10-11 settembre, personalmente, di ritorno dal lavoro, delle faticose opere di scavo in giardino, per l’allaccio di un nuovo contatore di energia elettrica che certamente avrebbe evitato volentieri qualora avesse già deciso di allontanarsi da casa; il giorno 12 settembre intorno alle ore 16:00 telefonicamente fissa l’appuntamento per il giorno successivo con i tecnici dell’Enel per l’installazione del nuovo contatore; nei giorni precedenti al 12 settembre ha comperato, insieme alla moglie, dei mobili nuovi per il bagno e li ha personalmente trasportati e installati; sempre il 12 settembre, prima di salutare il collega che lo vedrà per ultimo, gli dà appuntamento per il giorno successivo un po’ prima dell’orario consueto a causa di un lavoro urgente da svolgere presso la ditta in cui entrambi sono impiegati; gli chiede inoltre di portargli, per il giorno successivo, delle uova fresche per i suoi bambini;

Marisa, non ritenendo fondata la tesi dell’allontanamento volontario preferita dagli inquirenti, già dai primissimi giorni successivi alla scomparsa comincia a cercare il marito, telefona a tutti gli amici comuni, soprattutto ai colleghi di Davide all’epoca in cui era arruolato volontario in Marina Militare Italiana;

un ex commilitone del periodo in cui Davide era arruolato nella Marina Militare, contattato dalla moglie, ipotizza che “la scomparsa sia da mettere in relazione con le conoscenze sulle armi elettroniche che lui aveva acquisito”; il riferimento è, in particolare, ad un corso di specializzazione frequentato da Davide nel 1980, che lo aveva qualificato esperto in guerra elettronica con la sigla ETE/GE; la frequenza presso tale corso da parte di Davide rappresenta “un precedente ignoto alla famiglia”, la quale ne viene a conoscenza soltanto in seguito al contatto maturato con il commilitone menzionato (sito internet“Chilhavisto”-Davide Cervia) e ad un lungo periodo di ricerche condotte autonomamente;

Marisa non sa molto degli anni in Marina di Davide. Sa che il marito ha frequentato la scuola per sottoufficiali a Taranto; che ha vissuto per qualche anno a La Spezia e che è stato imbarcato sulla nave “Maestrale”, orgoglio della flotta italiana; non è al corrente delle sue specifiche specializzazioni, fuorché di un corso seguito presso la Selenia a Roma nel 1982, anno in cui si sono conosciuti. L’ex collega di Davide consiglia Marisa di rivolgersi al Ministero della Marina per informare i vertici militari della scomparsa del marito ed ottenere ulteriori informazioni;

in data 21 settembre 1990 Marisa si reca al Ministero della Marina e riesce a parlare con un comandante a suo tempo imbarcato sulla “Maestrale” con Davide, ma senza ottenere alcun tipo di informazione. Nei giorni seguenti viene a sapere dai Carabinieri di Velletri, i quali la convocano e la ascoltano, che due funzionari del Sios (Servizio informazioni operative e situazione) della Marina si erano recati in caserma per quello che viene chiamato per la prima volta “rapimento” di Davide Cervia. Marisa racconta così l’avvio delle indagini: “Io provai ad andare al Ministero della Marina, e con mio padre parlammo con un alto ufficiale della nave, che ci assicurò che non ci fossero legami, però poi dal giorno dopo inizia una processione qui in casa di Carabinieri e militari, che cominciarono da quel giorno a presidiare la zona iniziando le indagini!” (“Cronaca Nera”, 8 aprile 2013);

“Pochi giorni dopo la scomparsa di nostro padre, uomini dei servizi di sicurezza, fecero più volte “visita” ai Carabinieri di Velletri, nonostante la versione ufficiale sostenesse in maniera assoluta la tesi dell’allontanamento volontario” (lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014);

in data 10 ottobre 1990, a circa un mese dal rapimento, la famiglia Cervia-Gentile è di nuovo raggiunta da telefonate anonime; alcune riferiscono che la persona molto cara a loro è in buona compagnia; altre contengono messaggi in lingua straniera con accento arabo del tutto incomprensibili. Sono tutte comunicazioni pre-registrate alle quali è impossibile replicare: di tali eventi l’Autorità Giudiziaria viene prontamente informata;

in data 2 dicembre 1990, il via vai di uomini in uniforme in casa Cervia convince il primo testimone della scomparsa di Davide a palesarsi: è un vicino di casa, il quale “dichiara di aver visto alcuni uomini caricare a forza Davide Cervia su un’auto di colore verde scuro” (sito internet“Chilhavisto”-Davide Cervia); il testimone è Mario Cavagnero, oggi deceduto, che all’epoca della scomparsa di Davide viveva solo da anni, custodendo una villa vicino all’abitazione dei Cervia. Così racconta la propria versione dei fatti a Marisa: “Ho visto un gruppo di persone che spingevano Davide con la forza verso l’interno di un’auto color verde scuro. Ho visto anche che lo hanno picchiato e subito dopo gli hanno messo un fazzoletto sulla bocca, come per narcotizzarlo. Davide urlava, faceva resistenza, tentava di difendersi. Poi, forse perché mi aveva visto o forse perché sperava che fossi nel giardino, mi ha chiamato urlando tre volte il mio nome” (“tankerenemy”, 9 agosto 2007);

in merito alla tardiva testimonianza di Cavagnero, Marisa ha dichiarato: “Esce allo scoperto il nostro vicino di casa che racconta di quel rapimento che ha visto, cosa che gli rimproverano di non aver detto prima, ma lui si giustificò sempre dicendo che aveva avuto paura e che sperava in cuor suo che qualcuno si affacciasse a chiedergli qualcosa tra gli inquirenti che facevano le indagini” (“Cronaca Nera”, 8 aprile 2013);

l’ipotesi del sequestro di persona prospettata dalla testimonianza di Cavagnero troverà poi riscontro nelle affermazioni di un secondo testimone, il quale dichiara di aver assistito al rapimento di Davide: è “l’autista di un autobus, che il giorno della scomparsa fu costretto a effettuare una brusca frenata a causa di una Golf bianca e di un auto verde che non avevano rispettato lo stop e gli avevano tagliato la strada a forte velocità, provenendo da via Colle dei Marmi, dove si trova casa Cervia” (sito internet“Chilhavisto”-Davide Cervia), nella stessa ora in cui Cavagnero osserva in diretta il rapimento (le 17:30 circa) (“l’Espresso”, 7 dicembre 2012). Si tratta di tale Alfio Greco, che transitava per servizio nei pressi della casa dei Cervia il pomeriggio del 12 settembre 1990: questi racconta di essere stato costretto ad una brusca manovra a causa di due automobili sopraggiunte a forte velocità, una Golf bianca ed una Golf verde scuro. La prima (dello stesso tipo di quella posseduta da Davide Cervia) sarebbe stata guidata da una persona dai tratti somatici diversi da quelli dell’ex sottufficiale, mentre la seconda sarebbe stata affollata di persone che avevano le spalle rivolte ai finestrini, nell’atto di coprire qualcosa o qualcuno all’interno;

in data 1° marzo 1991, sei mesi dopo la scomparsa di Davide, una lettera anonima recapitata alla trasmissione “Chi l’ha visto?” ha permesso di ritrovare l’auto di Cervia, parcheggiata a Roma nei pressi della stazione Termini;

il luogo del ritrovamento è un posteggio sito innanzi agli uffici postali di Roma-Ferrovia in via Marsala, strada che costeggia la stazione. Una troupe della Rai arriva per prima sul posto e riesce a riprendere la Golf bianca di Davide, un po’ impolverata ma in perfette condizioni: anche lo stereo e l’equalizzatore sono al loro posto, sebbene la zona sia nota per furti d’auto e manomissioni. Il ritrovamento della Golf, a distanza di quasi sei mesi dalla scomparsa di Davide, è un importante passo avanti nelle indagini;

Marisa Gentile racconta il ritrovamento della suddetta vettura in questi termini: “La trovarono sempre tramite la signora Raffai (Donatella Raffai, all’epoca dei fatti conduttrice della trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”), o meglio, con una lettera anonima davvero misteriosa, fatta trovare sulla scrivania dello studio di “Chi l’ha visto” negli studi della Dear a Via Nomentana, non spedita, proprio fatta trovare lì. In questa lettera lo scrivente diceva che quel giorno del rapimento lui parcheggiando a Via Marsala a Roma era stato quasi urtato da un uomo biondo con i capelli lunghi che corrispondeva alle descrizioni fornite dai primi due testimoni, che aveva lasciato la macchina di Davide parcheggiata lì. Quel pomeriggio, io arrivai dopo l’apertura degli artificieri, mi feci accompagnare da una amica e a Via Marsala c’era il delirio tutto intorno, forze dell’ordine, polizia… per passare fu una impresa. Quando mi trovai lì davanti ebbi un tuffo al cuore, c’erano le sue cose, ma la cosa molto strana fu che c’era la radio estraibile all’interno montata, con equalizzatore Pioneer molto costoso, a via Marsala che è una zona che sappiamo esser poco raccomandabile… insomma, ho avuto l’impressione che quella macchina ce l’avessero portata da poco” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

il padre di Marisa, Alberto Gentile, affiancandosi alla testimonianza della figlia riportata, ha dichiarato: “Lì (in via Marsala a Roma, luogo del ritrovamento della vettura di Davide,) ci sono gli uffici delle Ferrovie dello Stato, e io ero all’epoca ferroviere; il comitato “Davide Cervia”, il primo, fu creato lì, tutti erano allertati con la targa ecc. non posso crederci che nessuno l’avesse vista per sei mesi” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

considerato che:

a fine febbraio 1991 un altro allarmante racconto rende sempre più plausibile l’ipotesi del sequestro di persona e sempre più urgente lo svolgimento di indagini in questa direzione. Un ex sottufficiale della Marina con specializzazione GE-Guerra Elettronica (proprio come Davide), apprendendo dal programma di RaiTre “Chi l’ha visto?” la notizia della scomparsa dell’ex sergente Cervia decide di raccontare in diretta telefonica la propria drammatica vicenda. Costui, che per ragioni comprensibili richiede l’anonimato, riferisce di essere oggetto di ammonimenti e minacce da quando nell”87 aveva rifiutato una strana proposta di lavoro, formulata da un soggetto che egli non conosceva ma che mostrava, al contrario, di conoscerlo molto bene. Da quell’episodio si sarebbero ripetuti a cadenza mensile appostamenti da parte di soggetti che gli rinnovano l’offerta di collaborazione riferendosi a “quel lavoro” che egli saprebbe fare molto bene, vogliono necessariamente assicurarsi la sua collaborazione, gli rivolgono minacce, insinuano dubbi circa la sicurezza del suo nucleo familiare. Si fanno insopportabili anche le frequentissime telefonate mute o di esplicita minaccia, sempre in momenti in cui il sottufficiale è solo: segno evidente di un sistema di controlli e pedinamenti che permette di conoscere ogni suo spostamento. Viene incendiata la sua auto; una seconda auto rubata; in una terza auto esplode il motore in autostrada. Secondo questo testimone, altri GE sarebbero oggetto di minacce dello stesso genere;

in data 8 maggio 1992 il frate cappuccino di Velletri, padre Clemente Messore, amico della famiglia Cervia, riceve una lettera scritta dalla moglie di un ex sottufficiale della Marina Militare che aveva conseguito anch’egli una specializzazione particolare e costretto a vivere braccato e nascosto con la sua famiglia perché più volte avvicinato da personaggi non meglio qualificatisi che lo invitavano ad accettare di trasferirsi all’estero per fare il lavoro che lui conosceva bene. La lettera non è firmata, ma offre una serie di elementi meritevoli di urgente approfondimento. Padre Clemente il giorno seguente si precipita alla Procura di Velletri, dal magistrato titolare dell’inchiesta per consegnare la lettera ricevuta;

a distanza di mesi dalla scomparsa di Davide, la sua specializzazione in guerre elettroniche ancora non emerge da alcun atto ufficiale. Il foglio matricolare rilasciato alla moglie Marisa dalla Marina su sua specifica ed insistente richiesta, che attesta il curriculum militare e professionale dell’ex sergente, riporta in evidenza nello spazio “Brevetti e specializzazioni” un solo corso frequentato alla Società Elettronica di Roma tra il febbraio e l’aprile 1982. Diverso risulta, invece, quello rilasciato ai Carabinieri di Velletri dallo Stato Maggiore della Marina, nel quale Davide Cervia è presentato come un semplice elettricista, con la sola frequentazione di Mariscuole Taranto, per di più privo di famiglia: non solo non è fatta menzione di alcun corso di specializzazione, ma è anche omesso il suo stato civile, benché egli avesse usufruito della licenza matrimoniale e percepito gli assegni familiari. Lo Stato Maggiore della Marina segnala che Cervia durante il suo periodo di imbarco su nave Maestrale non era destinato alla tenuta e/o manutenzione di sistemi d’arma; le sue capacità pratiche limitate al livello di tecnico manutentore non erano tali da costituire motivo di interesse specifico per organizzazioni varie”. I fogli matricolari, diversi, lacunosi e dissonanti, inducono Marisa a chiedere insistentemente ulteriori chiarimenti;

in data 12 settembre 1994, quarto anniversario del rapimento dell’ex sotto ufficiale, durante una manifestazione organizzata dal “Comitato per la verità su Davide Cervia” davanti al Ministero della Difesa, Marisa e Alberto Gentile, Erika e Daniele Cervia, insieme ai giornalisti Gianluca Cicinelli e Laura Rosati, vengono ricevuti dal vice capo di gabinetto dell’allora Ministro della Difesa e decidono di occupare la sua stanza fino a quando non avessero ricevuto notizie certe sul curriculum militare di Davide. Dopo una lunga attesa e vari tentativi di dissuasione, gli interlocutori riconoscono che gli esperti di guerre elettroniche in Italia sono circa 60, di cui circa 15 in congedo (quelli più a rischio). Il responsabile dell’ufficio fogli matricolari della Marina Militare prima nega, poi ammette: anche Davide è un esperto di guerra elettronica. Il Comitato pretende una certificazione scritta, per cui si arriva alla promessa di un ulteriore incontro due giorni dopo;

il 14 settembre 1994 saranno necessarie oltre cinque ore per arrivare ad ottenere il profilo professionale in cui si dice che Davide aveva conseguito la specializzazione in guerre elettroniche ed aveva effettuato corsi di “particolare contenuto specialistico”: viene consegnato un foglio matricolare completo di tutte le informazioni fino ad allora mai comunicate neppure al magistrato inquirente;

dall’ultimo foglio matricolare emergono la GE, il conseguimento dei brevetti ECM (contromisure elettroniche disturbo emissioni radio altrui), ESM (ricerca segnali di comunicazione radar) e ECCM (disattivazione disturbo nemico). Davide aveva conseguito le specializzazioni citate dal settembre 1978 al settembre 1980, frequentando un corso per Tecnici elettronici/Guerra elettronica (ETE/GE) presso Mariscuole di Taranto. Gli insegnamenti erano caratterizzati da un’estrema riservatezza; c’erano combinazioni segrete e casseforti per ogni allievo per riporre i documenti; la brutta copia degli appunti doveva essere distrutta con il trita carta e bruciata in appositi inceneritori. Dal corso in questione erano usciti circa 20 tecnici, ma solo Davide Cervia aveva conseguito la specializzazione GE. Nel dicembre 1980 era stato trasferito a La Spezia dove, insieme ad altri tecnici, aveva curato il montaggio di apparecchiature segretissime del sistema “Albatros” sulla nave “Maestrale” ed era stato l’unico ad occuparsi della manutenzione delle apparecchiature in questione (dal profilo professionale del SGT Elt/ETE/GE Davide Cervia: le mansioni svolte dal Cervia durante il periodo di imbarco sulla nave Maestrale destinazione con specifico incarico di addetto GE consistono nella manutenzione e nella condotta tecnica delle apparecchiature elettroniche che fanno parte della componente GE della nave. Esse consistono nell’intercettatore radar (MM/SLR-4), nell’ingannatore radar (MM/SLQ-D) e nella centralina di sincronizzazione (MM/SN-7102), apparecchiature sulle quali il Cervia ha effettuato i predetti corsi e sulle quali è stato specificamente preparato. Tali attività prevedono la condotta tecnica ed interventi programmati e occasionali di manutenzione e/o riparazione). Poiché i sofisticatissimi armamenti elettronici della nave “Maestrale” erano sconosciuti perfino agli istruttori della Marina, Davide aveva frequentato corsi di perfezionamento presso due importanti aziende belliche, la SMA di Firenze e la Selenia di Roma, diventando egli stesso istruttore ed uno dei massimi specialisti in sistemi d’arma elettronici. Per la delicatezza delle sue cognizioni, la NATO (North Atlantic Treaty Organization) gli aveva imposto il “NOS” (Nulla Osta di Sicurezza) e lo aveva vincolato alla segretezza massima: nessuno, al di fuori del Ministero della Marina, doveva sapere della sua specializzazione e delle sue caratteristiche professionali;

la figlia di Davide, Erika, ha ricordato che solo in seguito la famiglia ha scoperto che il padre “aveva l’abilitazione NOS della Nato (il NOS per la NATO Security Clearance, nell’ordinamento italiano, è un’abilitazione al trattamento di informazioni, documenti o materiali classificati segreti e/o riservati). Lo abbiamo saputo dopo anni, lui era al livello più alto, quello segretissimo” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

tale “L.”, collega di Davide, ha riferito: “Il nostro corso in Marina Militare era inizialmente di 900 persone. Quando si frequenta il corso base, non sai neppure che esistono le guerre elettroniche. Gli Elt, i tecnici elettronici, erano 120. Dopo i primi tre mesi di corso siamo diventati 90. Dopo un anno, siamo diminuiti a 50 persone. Alla fine del secondo anno, abbiamo portato a termine il corso in 22, di cui solo 6 sistemisti. La palazzina dove studiavamo aveva le porte blindate. Eravamo tenuti sotto controllo dai servizi. Scoprivi così che il tuo amabile interlocutore del treno era un uomo della “sicurezza” che ti controllava. All’inizio del corso si presta un giuramento di particolare riservatezza, di livello NATO. Questo giuramento ti permette di accedere a tutti gli uffici che hanno una classe di segretezza affine alla tua. Per un paese straniero è quasi impossibile formare dei propri tecnici, perché ci sono delle nozioni-chiave di base per cui neanche un ingegnere elettronico riesce a leggere i manuali delle singole apparecchiature che leggiamo noi. Ma non è un problema d’intelligenza. Ci sono delle chiavi precise per capirle. Io ho conosciuto Davide Cervia alla scuola sottufficiali di Taranto nel 1979. Lui era entrato sei mesi prima di me. Era capo-corso, il primo degli allievi” (“Tankerenemy”, 9 agosto 2007);

“L.”, dopo essersi congedato dalla Marina per un incidente, viene avvicinato da un individuo sconosciuto, il quale gli propone di tornare al suo vecchio lavoro in cambio di soldi. “L.” non accetta e viene minacciato. L’impianto elettrico della sua auto prende fuoco (come già era accaduto a Davide Cervia). Riceve poi una telefonata, nella quale l’interlocutore lo minaccia con scherno: «Hai visto? Può essere l’auto, può essere qualsiasi cosa». “L.” riceve altri avvertimenti nell’ottobre 1990, poco dopo il rapimento di Cervia, per poi ritirarsi a vita privata, nascosto e senza protezione (“Tankerenemy”, 9 agosto 2007);

simili scoperte sono illuminanti per Marisa e forniscono lo spunto per approfondire le indagini su quegli inspiegabili episodi ed appostamenti, verificatisi pochi giorni prima del rapimento di Davide, e ricostruirne il senso; gli strani movimenti di macchine intorno a casa Cervia nei giorni precedenti alla scomparsa di Davide (10-11-12 settembre 1990) sono stati sempre trascurati dai Carabinieri perché, a loro dire, riconducibili ad operazioni di censimento sui vigneti nella zona di Velletri effettuate dalla società Ecoplaning di Roma per conto della società AIMA. In realtà le auto notate dalla signora Marisa sono diverse da quelle indicate nel documento dell’Ecoplaning e ad un confronto diretto con i dipendenti della stessa società sono risultate non corrispondenti a quelle dei fantomatici censitori; poi la visita al Ministero dell’Agricoltura per ottenere chiarimenti su tale censimento spiazza letteralmente la signora Gentile: non solo dal Ministero non sono mai stati inviati operai o tecnici a Velletri, ma i censimenti sono di competenza comunale, ed al Comune di Velletri nessuno ha disposto censimenti. Stando ai movimenti degli automezzi rilevati nella zona, la società Ecoplaning avrebbe, inoltre, trascurato ogni altro vigneto (nessun vicino dei Cervia-Gentile ha ricevuto la visita dei censori), e dedicato tre giorni al solo vigneto dei Gentile, vigneto che, tuttavia, Alberto Gentile, padre di Marisa, aveva rimosso sei mesi prima. Del presunto censimento sui vigneti nessuno ha mai saputo nulla, né gli assessori regionale e comunale all’Agricoltura, né il responsabile dell’Ispettorato all”agricoltura: gli unici a rassicurare la signora Cervia sono i Carabinieri di Velletri;

in merito a tali episodi, Alberto Gentile ha ricordato “strani movimenti di vetture, un via vai su questa via molto strano, ed io lo avevo segnalato subito ai Carabinieri, che mi dissero che erano vetture mandate dal Ministero dell’Agricoltura per fare un censimento sui vigneti della zona, ma questo anche è molto misterioso, perché solo anni dopo furono prodotti documenti che attestavano che questo censimento ci fosse stato” (“Cronaca Nera”, 8 aprile 2013);

considerato inoltre che:

in data 2 agosto 1990 l’esercito iracheno invade all’alba il Kuwait con 100.000 uomini e 300 carri armati, vincendo in quattro ore la resistenza dell’Emirato; il Consiglio di Sicurezza dell’ONU con una risoluzione condanna l’invasione; il 29 novembre il Consiglio di Sicurezza ONU vota la risoluzione 678, con cui legittima l’uso della forza contro l’Iraq e fissa alla mezzanotte del 15 gennaio 1991 il termine per il ritiro delle truppe dal Kuwait;

in data 16 gennaio 1991 alle ore 08:00 ora locale a Baghdad (mezzanotte 15 gennaio 1991 Eastern Standard Time) scade l’ultimatum delle nazioni unite; il 17 gennaio, 18 ore e 38 minuti dopo la scadenza dell’ultimatum dell’ONU, alle 2:38 del mattino, ha inizio l’operazione Desert Storm, la più imponente azione militare alleata dal 1945 in poi;

la guerra del Golfo è il conflitto che oppose l’Iraq ad una coalizione composta da 35 stati formatasi sotto l’egida dell’ONU e guidata dagli Stati Uniti, che si proponeva di restaurare la sovranità del piccolo emirato del Kuwait, dopo che questo era stato invaso dall’Iraq;

considerato altresì che:

le informazioni recuperate dalla famiglia al riguardo delle reali competenze di Davide Cervia, ovvero la sua qualifica di massimo esperto in materia di dispositivi d’arma elettronici, divengono “ipotesi del possibile movente di un rapimento alla vigilia della prima Guerra del Golfo, la prima guerra elettronica” (sito internet“Chilhavisto”-Davide Cervia);

al riguardo del già citato incontro con un ex commilitone del periodo in cui Davide era arruolato nella Marina Militare, Marisa ha dichiarato: «Un suo ex collega (di Davide) della Marina ad un certo punto mi dice: “Certo, pensando al momento che stiamo vivendo (era da poco iniziata la guerra in Kuwait) e riflettendo su quello che facevamo sulla Nave Maestrale in Marina, il collegamento mi sembra probabile” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

“L.”, collega di Davide precedentemente citato, ha riferito: “Noi eravamo orgogliosi di un radar ideato dalle industrie belliche italiane, un radar tridimensionale. Quello che non capivamo proprio, che anzi ci faceva andare in collera, era averlo venduto a 109 paesi. Noi sistemisti siamo stati invitati a compiere “gite turistiche” con le navi, che avevano lo scopo di magnificare e vendere i nostri armamenti ai paesi stranieri. Non immaginavamo per niente il giro di soldi che era dietro al traffico d’armi (“Tankerenemy”, 9 agosto 2007);

le lettere anonime che la famiglia di Davide Cervia ha ricevuto nei mesi successivi alla sua scomparsa sembrano validare la pista del traffico d’armi e di uomini in grado di utilizzarle. In una chi scrive indica Davide come vittima di un bombardamento a Baghdad. In un’altra si dice invece che è vivo, prigioniero in Libia o in Arabia Saudita;

in data 6 gennaio 1991, nove giorni prima dello scoppio della guerra del Golfo, compare su un volo Air France, Parigi – Il Cairo, un passeggero di nome “Davide Cervia” accompagnato da un’altra persona non identificata: il biglietto è stato acquistato dal Ministero degli Affari Esteri francese. A sostenerlo sono un ex direttore in pensione della sede italiana della compagnia aerea francese e altri quattro dipendenti della Air France (Fonte: Atto di citazione, già menzionato); «Notizia clamorosa», dice la signora Marisa. Senonché, durante le verifiche, “il passeggero si è miracolosamente trasformato in una passeggera”. E ancora, si arriva a sostenere che “non si trattasse di una mademoiselle, ma di un militare di origine corsa”. Il quale resta a tutt’oggi un nome senza volto, “non comparendo nei registri di nessun esercito” (“l’Espresso”, 7 dicembre 2012); la scoperta di quanto accaduto avviene il 5 ottobre 1996 (“A.A.A. vendesi esperto di guerre elettroniche – Storia di Davide Cervia, vittima del traffico d’armi tutto compreso”, di Valentino Maimone, Selene edizioni);

in merito all’ipotesi di estradizione di Davide, il padre di Marisa, Alberto, ha dichiarato: “C’erano prove che un biglietto aereo della Air France, per la tratta Parigi-Il Cairo a gennaio 1991 era a nome di Davide Cervia. Questo biglietto era stato emesso per conto del Ministero degli Esteri Francese. Il giornalista Gianluca Cicinelli (che ha scritto il libro su Davide), scopre che questo biglietto c’era, il tutto confermato dal direttore generale dell’Air France. Dopo varie ricerche però cominciarono a dire che era un’omonimia di un militare della Corsica. Quando poi dalla Criminalpol chiedono all’Air France copia di questo biglietto, come per incanto il biglietto diventa di una Madamoiselle Cervià facendo cadere la pista” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

nel 1996, la testimonianza del funzionario dell’Air France sul presunto viaggiatore di nome Davide Cervia non riesce a riaccendere i fari sul caso. Il “Comitato per la verità su Davide Cervia” chiede aiuto ai tanti parlamentari che hanno aderito all’iniziativa di solidarietà che ha portato il camper per la verità in giro per l’Italia durante l’estate di quell’anno. Il risultato prende la forma di tre interrogazioni parlamentari e un’interpellanza al presidente del Consiglio, Romano Prodi. A quest’ultimo si chiede «come valuti il ruolo svolto nella vicenda dai servizi segreti italiani, le reticenze e la contraddittorietà degli interventi e se sia in grado di escludere ogni possibilità di connivenze tra i servizi di sicurezza italiani e quelli di altri Paesi. (…) La risposta del capo del Governo arriva, ma non soddisfa”. (“A.A.A. vendesi esperto di guerre elettroniche – Storia di Davide Cervia, vittima del traffico d’armi tutto compreso”, di Valentino Maimone, Selene edizioni);

in riferimento al possibile approdo di Davide in Libia dopo il rapimento, il padre di Marisa, Alberto, ricorda che detto Paese “era sotto embargo, aveva rimodernato tre navi militari negli anni ’80 agli stabilimenti navali di Genova, arricchendole proprio con i sistemi di cui era esperto Davide”; a sostegno di tale tesi Alberto richiama alcuni “avvistamenti in Libia, da due operai italiani che dissero che lo avevano visto, e tramite una trasmissione radiofonica con Michele Plastino, anche lui come la Raffai molto attivi nella vicenda di Davide, arrivarono queste segnalazioni che però poi non ebbero seguito da parte degli inquirenti” (“Cronaca-nera.”, 8 aprile 2013);

in un rapporto “riservatissimo” del SISMI (Servizio Informazioni e Sicurezza Militare) del 1994, dopo una valutazione comparativa degli elementi a sostegno delle due ipotesi interpretative (fuga volontaria e sequestro di persona) si conferma la valutazione sulla “credibilità” dell’ipotesi del rapimento del Cervia, ad opera di società od organizzazioni verosimilmente straniere, per interessi commerciali-militari legati alla sua competenza professionale;

in riferimento all’estradizione di Davide, sulla stampa italiana si è arrivati ad affermare che «sembra impossibile conoscere il destino dell’ex sottufficiale (Davide Cervia). E tutto sommato è logico che sia così. Tanti sono i fantasmi che si muovono dietro le quinte. Basti pensare a quello che scrive il Sismi in un documento riservato, dove considera l’ipotesi del “sequestro di persona operato da non meglio identificate organizzazioni straniere”, specificando che “ricorrono i nomi di Libia, Iran, Iraq e Israele” e concludendo che non è da escludere “la complicità di organismi italiani”. La stessa convinzione che maturano i parenti del sottufficiale, certi che il rapimento sia avvenuto apposta alla vigilia della prima guerra del Golfo, quando il nome dell’Italia ricorreva “nei traffici, leciti o meno leciti, di armamenti e esperti in grado di farli funzionare al meglio” (“l’Espresso”, 7 dicembre 2012);

il padre di Marisa Gentile, Alberto, in merito al possibile movente ed alle cause del sequestro di Davide, ha dichiarato: “In un rapporto del Sismi, che abbiamo qui (che mi mostra e che recita “Rapporto classificato come segreto”) c’è scritto: “È possibile che la sparizione di Davide Cervia sia legata ad un rapimento ad opera di organizzazioni internazionali quali la Libia, l’Iraq o Israele, con la complicità di organismi italiani. Il motivo sarebbe la specializzazione del Cervia nella guerra elettronica GE e nelle sue competenze indispensabili in quel periodo in quei paesi nell’imminenza della Guerra del Golfo, essendo esperto nella manutenzione di apparati elettronici ed armi vendute dall’Italia ai suddetti paesi” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

numerosi elementi condurrebbero alla cosiddetta pista libica. Proprio negli anni ’79-’83 (periodo in cui Davide è in servizio in Marina ed opera sulle apparecchiature del momento), il maggior cliente dell’Italia nel campo delle armi è la Libia di Gheddafi. Tra le commesse più importanti c’è quella del 1974 alla Fincantieri per quattro corvette missilistiche, che – come risulta dall’Almanacco navale ’81-’82 – sarebbero state consegnate nel 1979. Nel 1980 i traffici italiani con la Libia sono in pieno svolgimento: a fine ottobre 1980 la fregata “DatAssawari” e le quattro corvette acquistate precedentemente in Italia sono in riparazione e ammodernamento per l’installazione delle nuove apparecchiature di guerra elettronica presso la Fincantieri di Genova. Nel gennaio 1986 l’Italia impone l’embargo alle forniture di armi alla Libia. Si comprende, quindi, l’impellente necessità di tale Paese di procurarsi pezzi di ricambio e personale tecnico specializzato in grado di provvedere alle varie riparazioni, installazioni e messa a punto delle apparecchiature, altrimenti inservibili. La conferma della fondatezza di tale pista investigativa è fornita da due segnalazioni, giunte alla redazione di un programma radiofonico dell’emittente privata romana “Radio radio”, che indicano la presenza in Libia di Davide, più volte avvistato su una camionetta militare, accompagnato da altri soldati libici;

ulteriore conferma della pista libica è fornita da una lettera anonima (di un soggetto che ha “svolto servizio nelle Istituzioni Militari dello Stato a Roma”) proveniente dal Sios Marina, nella quale si legge: “Gentile signora le invio questo messaggio al fine di comunicarle che suo marito Davide non è morto ma ben si è custodito in ARABIA SAUDITA, per noti motivi di ordine Militare. A suo tempo DAVIDE fu venduto dallo Stato italiano come una sorta di accessorio Militare, difficilmente reperibile sulla piazza. Pare altresì che coloro che svolgevano funzioni di Governo, e di Costruzione e vendita d’Armi di un certo tipo, di comune accordo si impegnavano con i paesi Medio Orientali assoggettati ad un certo cartello, di fornirgli Armi e Personale altamente qualificato, al fine di introiti Miliardari. (..) Ci sono molte persone che sanno come sono andate le cose e che hanno in qualche modo definito il destino di suo marito Davide. (..) Fu condotto da prima in Terra Libica e poi in maniera ben organizzata via aria, fu introdotto in Arabia Saudita (..) dove forti sono gli interessi di Difesa di questo Paese, e dove è posta una Base Militare Missilistica Altamente sofisticata, con Apparecchiature fornite dall’Italia in forma riservata”;

in data 3 gennaio 1991 la famiglia Cervia ha ricevuto una lettera anonima, alla quale seguiranno altre missive; in particolare, questa rilanciava le competenze acquisite da Davide nel corso del suo addestramento in Marina quale movente del rapimento; Marisa Gentile la descrive così: “fu terribile, scritta a macchina che diceva esattamente cosa era accaduto a Davide. Me l’avevano mandata dentro un biglietto di auguri per Natale, per mascherarla forse ad una eventuale verifica da parte di qualcuno. Dettagliatamente si scriveva che era stato portato via per le sue competenze e mi terrorizzò tanto, scrivevano che io “avrei potuto fare ogni tipo di azione, ma che non ci sarebbe stato niente da fare, e di fare attenzione ai figli piccoli”. Una lettera terribile, che scriveva sempre l’anonimo, era stata scritta da chi sapeva molto e che per coscienza voleva spiegarmi in che incubo eravamo entrati»; in aggiunta a quanto riferito da Marisa, il padre Alberto ha dichiarato: «Ricevemmo altre minacce telefoniche che ci intimavano di abbassare i toni proprio qualche giorno prima che Donatella Raffai venne a Velletri sempre agli inizi del ’91 a fare una conferenza stampa su questo argomento»; la figlia di Davide, Erika, ha inoltre fatto notare come “quelle lettere (..), a rileggerle adesso avevano una forma come dire, “militaresca”, tecnica, non discorsiva. Usavano termini inequivocabili: senza punteggiatura, periodi lunghi senza interruzioni, come fossero verbali, in un Italiano corretto ma con forme tipo: il soggetto è stato agganciato; chi direbbe mai così se non chi ha dimestichezza con quel linguaggio militaresco?”; ritornando infine sull’argomento, Marisa conclude: “Del resto, lui (Davide) conosceva il sistema missilistico Teseo/Otomat, di produzione italo-francese, questo lo abbiamo scoperto dopo, trovando attestati di partecipazione segreta ai corsi di sistemi di puntamento, uno fatto alla SMA di Firenze società che costruiva le testate di guida dei missili, missili venduti in Iraq e pensa un po’, in Libia” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

in data 6 dicembre 1992, l’allora Pontefice Karol Woytjla dedica un appello alla liberazione di Davide e al suo ritorno a casa. Il giorno successivo, il Corriere della Sera racconta così l’avvenimento: “”Chiediamo al Signore che Davide Cervia possa ritornare in seno alla famiglia dove è atteso con ansia e affidiamo a Maria Santissima la moglie e, in modo speciale, i due bambini, perché possano riavere presto a casa il loro papà”. Sono parole pronunciate ieri da Giovanni Paolo II durante l’Angelus. Un appello che ha riaperto il caso di Davide Cervia, 33 anni, scomparso oltre due anni fa a Velletri (Roma). Un mistero dominato dalla specializzazione militare di Cervia: esperto in guerra elettronica. Una qualifica che ha alimentato ogni tipo di suggestione. Soprattutto quella di una spy story internazionale. L’intervento del Papa sembra proprio indirizzare i sospetti su quest’ultima ipotesi: l’uomo potrebbe essere stato rapito da un Paese arabo interessato a sfruttare le sue conoscenze tecniche. D’altronde non esiste alcuna possibilità che si tratti di un sequestro a scopo d’estorsione. E pochi credono a una fuga per motivi passionali o a una qualche storia di malavita” (“Corriere della Sera”, 7 dicembre 1992);

la mattina del 23 dicembre 1996, un sottosegretario del Governo Prodi convoca Marisa per proporle un patto: “Gentile signora, prima dell’estate prossima potrebbe riabbracciare suo marito. Il 17 febbraio ho in programma un incontro con i vertici libici su altre questioni da cui ci aspettiamo molto. Anche di trattare la liberazione del suo Davide. Lei e il Comitato per la verità, però, dovete stare buoni per un po’, non esporvi sui mass media, in modo da consentirci di contattare i servizi segreti libici e avviare le trattative per la liberazione di suo marito. Ma una volta conclusa questa storia, non dovrete mai parlare di rapimento: firmate questa liberatoria e tutto andrà per il meglio”. All’incontro, del quale non vi è registrazione, sono presenti, insieme con Marisa, il padre Alberto più i vertici del Comitato: Gianluca Cicinelli e Sandro Silbi. Sul momento, in attesa degli eventi, si decide di comune accordo di mantenere il profilo basso fino alla primavera, quando le cose dovrebbero finalmente sbloccarsi. L’impegno dell’esponente dell’esecutivo, come le speranze di Marisa, perde tuttavia consistenza con il passare delle settimane fino a svanire del tutto (“A.A.A. vendesi esperto di guerre elettroniche – Storia di Davide Cervia, vittima del traffico d’armi tutto compreso”, di Valentino Maimone, Selene edizioni);

di fronte all’ennesimo tradimento della propria fiducia, alla fine di giugno 1997, Marisa decide di uscire allo scoperto. Convoca una conferenza stampa e racconta tutto: l’incontro, le promesse, il nulla di fatto. “In un incontro avvenuto alla fine dello scorso anno, un esponente del governo Prodi ci assicurò che la scomparsa di mio marito potesse presto avere un esito positivo. Chiese a me e al Comitato di stare buoni per un po’, per consentirgli di avviare le trattative con i servizi segreti libici. Quindi, mi chiese di firmare una liberatoria con la quale mi sarei dovuta impegnare a non parlare mai di rapimento (…) Oltre al membro di Governo, era presente all’incontro un parlamentare del suo stesso partito, già europarlamentare. Per mesi abbiamo taciuto, perché aspettavamo notizie. Ma questa persona non si è fatta più viva. Tra qualche giorno riveleremo il suo nome, sperando che lui stesso renda pubblica la cosa e spieghi che cosa è realmente successo” (“A.A.A. vendesi esperto di guerre elettroniche – Storia di Davide Cervia, vittima del traffico d’armi tutto compreso”, di Valentino Maimone, Selene edizioni);

nel mese di maggio 1997, un uomo che si presenta come Giovanni Vito Lo Sito telefona a casa Cervia e spiega a Marisa di avere importanti informazioni sul marito da comunicarle. I due organizzano un incontro in un bar di Velletri (…). L’uomo spiega di essere stato incaricato dal SISMI, con cui collabora da tempo, di riportare Cervia in Italia. Un capitano dei servizi segreti della Romania lo avrebbe informato, tre settimane prima, dell’arresto di un gruppo di sette iraniani e un italiano avvenuto vicino a Bucarest. Il nostro connazionale avrebbe detto di chiamarsi Davide Cervia e di essere stato rapito. «Ho avvisato subito il SISMI”, spiega l’uomo, che ha provveduto a identificare suo marito per organizzare l’immediato rientro in Italia”. Lo Sito riferisce che Davide sarebbe stato identificato «confrontando le impronte digitali con quelle conservate negli archivi del SISMI. Risultato: sono risultate sovrapponibili per otto decimi, un livello soddisfacente per poter dire con un buon margine di certezza che quella persona è suo marito». In merito alla sue condizioni di salute, Lo Sito afferma che Davide starebbe «discretamente, secondo quanto rilevato da un medico incaricato dal SISMI di analizzare le sue condizioni di salute. Nel suo sangue, però, sono state individuate tracce di una sostanza capace di inibire lo stato di coscienza, pur senza comprometterne la capacità psicofisica». Sette anni di sofferenze, illusioni e delusioni sono troppi perché Marisa possa credere subito alla versione del presunto uomo dei servizi segreti militari. Troppi depistaggi, troppi mitomani o millantatori sono apparsi e scomparsi. Ma il quadro che fornisce sembra verosimile. E a ogni domanda che la moglie di Davide pone per avere elementi in più, arriva una risposta più che plausibile. Che cosa ha fatto, dove è stato tutto questo tempo? “Ha trascorso lunghi periodi in Libia, Libano e Siria». Si trova ancora in Romania? “Ancora per poco. I nostri servizi si stanno adoperando per farlo rientrare in Italia attraverso un percorso protetto via terra” (“A.A.A. vendesi esperto di guerre elettroniche – Storia di Davide Cervia, vittima del traffico d’armi tutto compreso”, di Valentino Maimone, Selene edizioni);

al pensiero delle parole pronunciate da quel sottosegretario durante l’incontro di sei mesi prima, il dubbio che la soluzione possa essere a un passo si fa concreto, per la prima volta. Marisa pretende le prove, chiede a Lo Sito di incontrare l’uomo che vogliono farle credere sia suo marito. Per tutta risposta, le viene data una serie di scadenze da rispettare perché tutto fili liscio. Ma la road map verso l’incontro si macchia subito di rinvii e spostamenti e appuntamenti saltati, con motivazioni sempre diverse (“A.A.A. vendesi esperto di guerre elettroniche – Storia di Davide Cervia, vittima del traffico d’armi tutto compreso”, di Valentino Maimone, Selene edizioni);

in data 14 giugno 1997, alle ore 16, è prevista la riconsegna e liberazione di Davide. Due giorni prima, secondo il presunto collaboratore del SISMI, Davide sarebbe stato fatto rientrare in Italia, a Mestre. Le ore che precedono l’appuntamento potenzialmente decisivo sono vissute dai Cervia con un livello di tensione mai provato fin qui. Gianluca Cicinelli, che dall’inizio ha gestito ogni rapporto con l’uomo del SISMI, in continuo contatto telefonico viene invitato fin dalla mattina a tenersi pronto per raggiungere un punto di Roma che gli sarebbe stato comunicato all’ultimo momento. Del viaggio di avvicinamento verso la capitale sono stati comunicati i particolari più insignificanti, compreso il noleggio di un furgone a Mestre per raggiungere la città. Lo Sito chiama più volte Cicinelli, anche durante il tragitto in autostrada. Fissa un primo appuntamento a metà strada, a Firenze, poi cambia idea e chiede di restare a Roma. Quindi invita i Cervia a non allontanarsi da piazza della Repubblica, perché l’incontro potrebbe avvenire in un albergo lì vicino. All’ultimo, fissa il luogo definitivo: una saletta privata del bar Rosati, in piazza del Popolo. Dislocati alla spicciolata – chi dentro il locale, chi fuori, chi dall’altro lato della piazza – sul possibile teatro del rilascio di Davide sono presenti Gianluca Cicinelli e Sandro Silbi (i vertici del “Comitato per la verità”), più due giornalisti, oltre ovviamente a Marisa e papà Alberto all’interno del caffé. L’accordo prevede che i Cervia debbano attendere un segnale. I minuti passano tra le telefonate dei figli di Marisa e degli amici presenti sul posto, la preoccupazione che monta, l’angoscia. Ma all’appuntamento non si presenterà nessuno. Due ore dopo l’ora prefissata, di Lo Sito non c’è traccia. I Cervia decidono che è il momento di muoversi e tutti insieme muovono verso l’abitazione che Lo Sito condivide con i genitori e un fratello, nel quartiere Trionfale, vicino al Forte Braschi (sede del SISMI, il servizio segreto militare). Citofonano, senza successo: in casa c’è chiaramente qualcuno, ma nessuno risponde. Dopo un tira e molla, il padre di Lo Sito si fa vivo: “Mio figlio non è in casa, non si fa vedere da giorni e non abbiamo idea di dove sia». Poche ore dopo, Lo Sito risponderà al telefono: “Vi giuro, era tutto vero: la cosa è saltata per un imprevisto dell’ultimo momento” (“A.A.A. vendesi esperto di guerre elettroniche – Storia di Davide Cervia, vittima del traffico d’armi tutto compreso”, di Valentino Maimone, Selene edizioni);

tre giorni dopo l’appuntamento al bar di piazza del Popolo, in serata Marisa riceve una telefonata direttamente sul proprio cellulare. Nel rispondere alla chiamata, dall’altra parte si sentono voci, sembra una conversazione di lavoro tra alcuni uomini e almeno una donna. Pochi istanti appena e Marisa si sente morire: una di quelle voci appartiene a Davide. Sulle prime, urla il nome del marito con tutto il fiato che ha in corpo, lo chiama, cerca di farsi riconoscere, di attirare l’attenzione. Inutile. Sembra che lei possa solo ascoltare senza poter intervenire nella discussione. In un lampo di lucidità, Marisa scende al piano di sotto dalla madre e le porta il telefonino all’orecchio, invitandola ad ascoltare. Anche la donna riconosce la voce di Davide. Quando Marisa riprende l’apparecchio, la linea si interrompe (“A.A.A. vendesi esperto di guerre elettroniche – Storia di Davide Cervia, vittima del traffico d’armi tutto compreso”, di Valentino Maimone, Selene edizioni);

le vicende rappresentate hanno senza dubbio sconvolto i già precari equilibri di una famiglia costretta a vivere nella solitudine, nell’impossibilità di sapere e in un vortice di emozioni devastanti. Dal 17 febbraio, menzionato dal sottosegretario in occasione dell’incontro del 23 dicembre 1996, sono passati oltre quattro mesi e dalla Farnesina non è giunto nessun segnale: se anche Lo Sito fosse un emissario del Governo, l’obiettivo, la liberazione di Davide, quello che più conta, non c’è stato. Marisa decide di convocare la stampa, e le sue parole ottengono almeno il risultato di smuovere l’opinione pubblica. I mass media riaccendono i riflettori sul caso Cervia e al sottosegretario chiamato in causa – seppure ancora in forma anonima – non resta che rompere il silenzio: si tratta di Rino Serri, numero due del ministero degli Esteri. Ecco la sua versione, raccolta anche da “Il Giornale” del 29 giugno («Caso Cervia: “C’entrano i libici, il governo sa”» di Gian Marco Chiocci): “Non so se la signora Cervia si riferisce a me. Posso confermare di averla incontrata alcuni mesi fa alla presenza di altre persone, tra le quali c’era un eurodeputato. L’ho incontrata perché capisco il dramma della signora e le ho detto che mi sarei interessato personalmente della vicenda del marito. L’ho fatto e lo sto facendo tuttora”. Il sottosegretario nega però un passaggio cruciale della ricostruzione dei fatti fornita da Marisa: “(…) Comunque non ho mai chiesto alla signora la firma di qualsiasi dichiarazione” (“Fu Serri a chiedermi il silenzio”, di Paola Vuolo, su Il Messaggero» del 30 giugno 1997). Marisa insiste, ribadisce tutto. E il quadro dell’incontro del dicembre ’96 si completa di nomi e particolari: al tavolo con Marisa e il papà Alberto, Gianluca Cicinelli e Sandro Silbi (in rappresentanza del Comitato per la verità su Davide Cervia), c’erano dunque il sottosegretario Serri, l’eurodeputato Luciano Pettinari dei Comunisti Unitari, e l’ex presidente della Commissione Difesa della Camera, Falco Accame. Durante l’incontro Serri si sarebbe esposto al punto da fissare una data (il 17 febbraio 1997) nella quale avrebbe dovuto incontrare il responsabile dei servizi segreti libici e discutere anche del caso Cervia. Non è dato sapere cosa abbia spinto un alto esponente del governo a farsi avanti e poi a indurlo a fermarsi. Anche Falco Accame, fin dall’inizio al fianco dei Cervia alla ricerca della verità, si mostra prudente sulla vicenda Serri: «Condivido la prudenza del sottosegretario nel trattare, tenendo conto dei delicatissimi equilibri diplomatici internazionali” (“A.A.A. vendesi esperto di guerre elettroniche – Storia di Davide Cervia, vittima del traffico d’armi tutto compreso”, di Valentino Maimone, Selene edizioni);

durante la puntata di “Chi l’ha visto?” del 22 maggio 2013, altre due persone hanno fornito proprie testimonianze. Il primo è il fotografo del matrimonio di Davide Cervia, il quale ha contattato il programma per raccontare un episodio accaduto qualche giorno prima della scomparsa: Davide andò da lui per chiedergli di ricavare una gigantografia da uno degli scatti che lo ritraevano con la moglie il giorno delle nozze. Il secondo testimone è tal Giovanni Cossu, un ex militare in pensione di 82 anni, il quale rivela di essere stato un istruttore di Davide, nel periodo in cui ha frequentato la scuola sottoufficiali della Marina Militare a Taranto. È stato uno dei massimi esperti di sistemi d’arma impiegati sulle navi da guerra italiane, che sono stati venduti anche a paesi stranieri. Come il “Teseo Otomat”, sul quale si è preparato Cervia, che fu venduto in 1000 esemplari a Iraq e Libia. Cossu ritiene probabile che le competenze di Cervia siano il movente del suo rapimento. Per far comprendere il clima in cui vivevano i militari con queste specializzazioni, ha raccontato un episodio di cui egli stesso fu protagonista quando era in servizio e temette di essere rapito;

entrambe le testimonianze richiamate “indeboliscono ulteriormente la tesi che Davide Cervia sia andato via volontariamente. I familiari di Cervia si sono sempre battuti perché la pista del sequestro per fini militari, indicata anche da alcune lettere anonime, venisse presa in considerazione, incontrando enormi resistenze. Alla moglie Marisa sono occorsi 4 anni solo per dimostrare che la sua qualifica prima di lasciare la carriera militare era di specialista in guerra elettronica (ETE/GE)”;

in riferimento alla denuncia di scomparsa di Davide, depositata in data 13 settembre 1990 presso la caserma dei carabinieri di Velletri, Marisa ha dichiarato: “Porto la foto di Davide e comunico la targa della macchina, e qui inizia il primo dei tanti “misteri”, 5 giorni dopo scopriamo che la targa non era stata inserita nella denuncia, e poi smarriscono anche la foto di Davide, tant’è che anni dopo ci chiamano dalla Caserma dei Carabinieri per chiederci se potevamo riportargliela” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

in merito all’episodio richiamato, Erika e Daniele hanno dichiarato: “Il 13 settembre 1990 (24 ore dopo la scomparsa), nostra madre denunciò ai Carabinieri di Velletri la scomparsa di nostro padre, consegnando una foto e comunicando i dati dell’autovettura sulla quale viaggiava. I Carabinieri “dimenticarono” di inserire i dati dell’autovettura nei terminali della Questura centrale: lo fecero solo cinque giorni dopo la scomparsa (17 settembre 1990) e solo dopo che la famiglia li obbligò a farlo; smarrirono subito la foto di nostro padre (lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014);

degli episodi accaduti alla famiglia Cervia ed in particolare a Davide prima che venisse rapito, evocati da Marisa mentre rifletteva sulle ipotesi all’origine della scomparsa del coniuge (già richiamati in precedenza: acquisizione del porto d’armi e acquisto di un fucile usato per autodifesa, buco nella recinzione della proprietà, incendio alla vettura, ecc.), vengono informati i Carabinieri di Velletri, ma da tali segnalazioni non deriva alcun impulso alle indagini per il ritrovamento di Davide. Al contrario, la sua famiglia ha notato una sorta di inspiegabile (all’epoca) disattenzione degli inquirenti nei confronti della vicenda. Ed infatti: dopo alcuni giorni dalla denuncia di scomparsa i Carabinieri chiedono alla famiglia un’altra foto, perché quella immediatamente depositata era stata perduta; i dati dell’autovettura di Davide, non recuperata, subito segnalati dalla famiglia, vengono immessi nel terminale della Questura solo dopo quattro giorni dalla sparizione del tecnico; ben quattro giorni, i più importanti per chiunque miri a trovare un uomo misteriosamente scomparso, forse rapito, ancora in vita, trascorrono in un’inerzia pressoché totale; la moglie, i parenti, gli amici ed i colleghi non vengono sentiti;

delle opere di scavo effettuate da Davide in giardino nei giorni 9-10-11 settembre 1990, per l’allaccio di un nuovo contatore di energia elettrica, e dell’appuntamento fissato telefonicamente il giorno 12 settembre intorno alle ore 16:00 per il giorno successivo con i tecnici dell’Enel per l’installazione del nuovo contatore, la Procura procedente veniva regolarmente informata, ed anzi sollecitata ad assumere la testimonianza dei dipendenti Enel, ma non risulta che tale attività di indagine sia mai stata svolta;

a testimonianza dell’acquisto di mobili nuovi per il bagno da parte della famiglia Cervia, nei giorni precedenti alla scomparsa di Davide, poi personalmente trasportati e installati da Davide medesimo, veniva fornita alla Procura copia della fattura di acquisto, ma non risulta essere inserita negli atti dell’indagine;

in riferimento alle vetture sospette che nei giorni precedenti al rapimento circolavano nelle vicinanze del domicilio dei Cervia, Erika e Davide hanno dichiarato: “Venne omesso da parte degli inquirenti di approfondire quanto nostra madre raccontò circa strani movimenti di macchine avvenuti intorno alla nostra abitazione nei giorni immediatamente precedenti alla scomparsa di nostro padre. Gli inquirenti si accontentarono della dichiarazione di una società privata, la Ecoplanning srl di Roma, che dichiarò di lavorare per lo schedario viticolo italiano, effettuando un censimento sui vigneti nella zona di Velletri dal 5 al 15 settembre 1990 per conto dell’Aima (Azienda per gli interventi sul mercato agricolo – ente istituito presso il Ministero dell’agricoltura e Foreste). A nulla servirono i molteplici dubbi sollevati da nostra madre circa le autovetture da lei indicate che differivano sia per tipo che per colore da quelle elencate dalla società Ecoplanning srl nella loro dichiarazione consegnata ai Carabinieri. Gli inquirenti negarono a nostra madre la possibilità di poter incontrare i fantomatici “censitori” per stabilire chi effettivamente si fosse recato presso la nostra abitazione; ci fu spiegato che il riconoscimento non poteva essere effettuato per non turbare la sensibilità dei dipendenti della società e delle loro rispettive famiglie. Il riconoscimento fu comunque effettuato tramite l’intervento della redazione della trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”. È inutile dire che nostra madre non riconobbe nessuno dei dipendenti e nessuno di loro affermò di aver già visto nostra madre. L’elemento fondamentalmente più inquietante rispetto a questa circostanza, è la omissione da parte degli inquirenti di riscontri oggettivi presso la committente (Aima) per capire se effettivamente questa società avesse avuto incarico dall’Ente in questione di effettuare il Censimento (sconosciuto a tutti gli altri enti territoriali come attestato da vari documenti in nostro possesso), cosa che fecero ben quattro anni dopo e solo quando la famiglia dopo innumerevoli richieste indirizzate all’Aima, fece intervenire il Difensore Civico (21/01/1994) per riuscire ad ottenere una benché minima risposta che comunque evidenziò che fino a quel momento gli inquirenti (gli unici preposti a simili richieste) non avevano ritenuto necessario fare. C’è da dire, inoltre, che la società Ecoplanning srl di Roma (fallita il 19/05/1994) era legata tramite un intricatissimo intreccio societario alle maggiori industrie belliche del nostro Paese: Selenia spa, Marconi spa, Aeritalia spa, Italtel spa, Agusta spa, Agusta Sistemi srl, Finmeccanica spa, ecc. I rappresentanti legali della società Ecoplanning srl verranno nuovamente ascoltati nel 1999 dal Sostituto Procuratore Generale della Procura Generale di Roma, Luciano Infelisi, che chiederà loro di esibire tutta una serie di documenti relativi all’incarico conferitogli dalla società AIMA in merito al censimento. È inutile dire che dopo nove anni tutti i documenti erano in regola. Resta sicuramente il ragionevole dubbio che tali documenti siano stati “perfezionati” in un momento successivo e che comunque non contribuiscono a chiarire gli innumerevoli interrogativi in merito al censimento sui vigneti del quale nessuno, nei primi anni, ne era a conoscenza” (lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014);

in merito all’emersione del primo testimone oculare – il già richiamato Mario Cavagnero – Marisa ha affermato che Cavagnero “dichiarò di aver visto chiaramente il rapimento, avvenuto con una macchina verde che attendeva mio marito fuori al nostro cancello, e di averlo udito chiedere aiuto. Lui ha visto tutto, anche se abbiamo personalmente assistito a tentativi di intimidazione da parte delle autorità che lo invitavano a riflettere su quello che dichiarava, ma che ha sempre confermato»; il padre di Marisa, Alberto, ha ascoltato il sig. Cavagnero «riferire ai Carabinieri che Davide lo chiamava gridando “Aiuto!”, mentre poi nel verbale è stato riportato che lo chiamava “per salutarlo””, ed ha dichiarato che “appena dopo che il nostro vicino di casa, il primo testimone, dopo tanti giorni ci chiama e ci racconta (e fa mettere a verbale) di aver visto proprio il rapimento, alla caserma dei Carabinieri di Velletri arrivano di colpo il gotha del Sismi e della Marina, ed è provato questo, a dimostrare che il caso loro lo conoscevano già bene e che lo “attenzionavano” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

i Carabinieri di Velletri liquidano la deposizione di Cavagnero perché non attendibile in quanto proveniente da un soggetto di quasi settant’anni con una forte miopia e che, non si sa per quale ragione, avrebbe fatto confusione con le date;

da articoli di stampa si apprende che in seguito alla scomparsa di Davide “la denuncia fu immediata e la famiglia riuscì anche a scattare una fotografia della targa della vettura che lo aveva rapito. Ma fu tutto inutile. Un “muro di gomma” portò i Carabinieri ad indagare a rilento: la foto dell’auto scomparve, la moglie fu interrogata sei mesi dopo e costretta a rispondere alle domande solo con “sì” o “no” e molti testimoni oculari non vennero neanche interrogati” (“Il Secolo XIX”, 22 novembre 2012);

in merito ai primi due testimoni oculari, Erika e Daniele hanno recentemente dichiarato: “Durante i mesi successivi alla scomparsa (di Davide) non vennero ascoltati dai Carabinieri nessuno dei vicini di casa, dei colleghi di lavoro, nessuno della nostra famiglia: mia madre venne ascoltata dal Magistrato titolare dell’inchiesta solo dopo sei mesi dalla scomparsa. Nonostante vennero fuori due testimoni oculari del rapimento, i Carabinieri snobbarono tali testimonianze, anzi cercarono addirittura di screditarle e solo la caparbietà della famiglia ha fatto sì che venissero messi a verbale riscontri incontrovertibili: gli stessi che hanno permesso otto anni dopo alla Procura Generale di Roma, di concludere l’inchiesta con la formulazione del sequestro di persona in danno di Davide Cervia” (lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014);

in data 22 gennaio 1991, ai due testimoni oculari del sequestro di Davide, le cui importanti conferme sono a lungo sottovalutate dagli investigatori, si aggiunge un terzo testimone: tal Giuseppe Carbone (di seguito “Carbone), presunto conoscente di Cervia, che lancia la pista dell’allontanamento volontario del tecnico scomparso (dovuto a problemi coniugali e al desiderio di lavorare all’estero), salvo poi ammettere davanti ai magistrati di non avere «mai conosciuto Davide Cervia”. Anzi: “Tutte le circostanze e i nomi da me riferiti in ordine alla vicenda in questione, sono falsi ed esclusivo frutto della mia immaginazione” (“l’Espresso”, 7 dicembre 2012);

nel giorno citato, Carbone è intervenuto alla trasmissione televisiva di Retequattro “Linea continua”, nella veste di amico di Davide. Racconta di averlo conosciuto durante gli anni della scuola militare a Taranto; lì Cervia avrebbe stretto forti legami con un gruppo di iraniani, dei quali parlava anche la lingua, e spesso gli aveva rivelato il desiderio di andare a lavorare lontano dall’Italia, magari in Iran dove aveva già ricevuto delle proposte interessanti. La testimonianza presenta Davide come angosciato da misteriosi motivi, ansioso di realizzarsi professionalmente ed economicamente ma, nel contempo, osteggiato dalla moglie che non voleva allontanarsi da Velletri: ragioni sufficienti per indurlo a lasciare tutto e sparire nel nulla. Per gli inquirenti, sempre fedeli all’ipotesi dell’allontanamento volontario, è una insperata conferma, da accogliere senza ulteriori approfondimenti;

nelle testimonianze fornite da Carbone vi sono tuttavia alcune incongruenze: negli anni da lui indicati l’ex sottufficiale si trovava a La Spezia e non a Taranto; nel 1982 gli iraniani non erano più ammessi alla formazione militare in Italia, al più erano presenti alcuni militari libici. Nonostante la scarsa qualità delle informazioni fornite da Carbone, al testimone viene garantita per oltre un anno la protezione dell’identità. Dal momento in cui viene rivelato il suo nome da Michele Santoro in una puntata di “Samarcanda” in cui partecipa anche Marisa, Carbone inizia progressivamente a smantellare la sua versione: smentisce di aver sentito Davide parlare l’iraniano; fa confusione sulle date; nega di aver messo in discussione il rapporto di Davide con la moglie. Nelle numerose conversazioni telefoniche registrate da Marisa, dell’iniziale ricostruzione dei fatti non resta nulla. Sorprende, inoltre, un improvviso cambio di atteggiamento che porta Carbone a rivelare nomi di soggetti riconducibili al Ministero della Marina che hanno un riscontro reale e attraverso i quali sarebbe possibile sostenere una pista alternativa a quella dell’allontanamento volontario, ma sui quali non risulta siano state svolte indagini. Diversa invece la sorte toccata a Mario Cavagnero, testimone oculare del sequestro di Cervia: immediatamente dopo la sua deposizione, i Carabinieri di Velletri hanno diffuso nome e cognome ai cronisti, screditandone la testimonianza con argomenti superficiali: è anziano, non ci vede bene, sovrappone le date;

diverse verifiche e dati di fatto hanno permesso di appurare come Carbone non abbia mai conosciuto Davide. Eppure occorrono mesi affinché gli inquirenti si accorgano dell’impresentabilità di Carbone. Nessun procedimento per falsa testimonianza pende sul suo capo. Rimane il mistero su chi gli abbia fornito tutte le informazioni su Davide, ma soprattutto ci si chiede come possa conoscere così bene gli ufficiali che lavorano al Ministero della Difesa a settecento chilometri da casa sua. Carbone ha una fedina penale consistente: appropriazione indebita, emissione di assegni a vuoto (un reato commesso due volte), reati amnistiati ma che non dovrebbero sfuggire al vaglio di chi indaga su Cervia (lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014);

al riguardo delle false testimonianze fornite da Carbone, Marisa ha di recente dichiarato: “Hanno battuto per mesi la tesi dell’allontanamento volontario, ad un certo punto pensa comparve, in una trasmissione su Rete4, un certo Carbone Giuseppe che asseriva di conoscere bene Davide, e che lo stesso Davide gli aveva confidato che lui non voleva più stare con la famiglia, e che voleva scappare all’estero. Questo personaggio è stato protetto, addirittura nascosto, ha fatto fiumi di verbali in cui diceva di esser suo amico, di averlo conosciuto a Taranto durante un corso, insomma, era secondo gli inquirenti “l’asso nella manica”, la svolta delle indagini. Poi anni dopo, lo stesso signor Carbone ritrattò dicendo che si era inventato tutto, senza dare una giustificazione. E questa sua ritrattazione non è stata oggetto di nessuna azione penale, archiviata così, come se fosse normale dire cose false in una inchiesta così complessa e poi dire “scherzavo”” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

alla testimonianza resa in via telefonica a fine febbraio 1991 alla trasmissione “Chi l’ha visto” da un ex sottufficiale della Marina con specializzazione GE (come Davide), che denuncia di aver subito atti di intimidazione (telefonate mute, incendi e furto dell’automobile, esplosione del motore) per costringerlo a collaborare in virtù delle sue competenze, e che vi sarebbero altri tecnici GE nelle medesime condizioni, non fa seguito un approfondimento delle indagini;

immediatamente dopo il ritrovo dell’auto di Davide nelle vicinanze della stazione Termini, nel marzo 1991, una pattuglia della polizia chiama gli artificieri della Digos i quali, senza effettuare alcun accertamento per scongiurare il rischio di un’esplosione (il veicolo è infatti dotato di un impianto di alimentazione a GPL), aprono il portellone posteriore dell’auto facendo brillare una carica esplosiva. Come risulta dalla ripresa televisiva, un artificiere si introduce nell’abitacolo senza indossare guanti protettivi, incurante di cancellare o confondere eventuali impronte;

in merito al ritrovamento della vettura di Davide, il padre di Marisa, Alberto, ha ricordato che “un testimone chiamò in trasmissione a Chi l’ha Visto e dichiarò che un mese prima aveva notato uno strano movimento di Polizia intorno ad una macchina come quella di Davide, sempre a via Marsala, con alcuni agenti di Polizia intenti a fotografarla, tant’è che la Signora Raffai disse al testimone “Lei quindi ci sta dicendo che ci sono due Polizie in Italia, una che si sorprende del ritrovamento, ed una che già lo sapeva?” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

nell’auto di Davide vengono ritrovati ancora i fiori, ormai appassiti, che Davide stava portando alla moglie di ritorno dal lavoro ma che le rilevazioni della Digos non metteranno mai in evidenza;

il magistrato titolare dell’inchiesta sulla scomparsa di Davide, in risposta alla denuncia di Padre Clemente Messore, arrivato in procura per consegnare la lettera anonima precedentemente citata, scritta dalla moglie di un ex sottufficiale della Marina costretto a nascondersi perché più volte avvicinato da personaggi interessati alle sue competenze, evita di verbalizzare l’accadimento e si rivolge al sacerdote dicendo: “… se me la vuole lasciare!”. Non risulta agli atti nessun verbale che riporti l’episodio, né l’assunzione di alcuna attività di verifica o approfondimento dei fatti indicati nella lettera;

nonostante le affermazioni rilasciate da “L.”, l’ex militare citato in premessa che aveva studiato guerre elettroniche a Taranto con Davide, gli inquirenti non ritengono di dover approfondire le rivelazioni sulle guerre elettroniche e sulle “gite” che i militari della Marina italiana compiono per pubblicizzare nel mondo il sistema d’arma in cui è specializzato Davide. “L.” racconta inoltre agli inquirenti di conoscere la situazione di altri tecnici specializzati in guerra elettronica minacciati da sconosciuti, ma il titolare dell’inchiesta non ritiene di dover investigare (“tankerenemy”, 9 agosto 2007);

le reali competenze acquisite dall’ex sergente Cervia emergono con chiarezza solo dopo tre documenti falsi e reticenti. Per tali condotte, sul banco degli imputati finisce temporaneamente il solo ufficiale Giorgio Sprovieri, responsabile dell’Ufficio del Personale presso lo Stato Maggiore della Marina, con l’accusa di falso ideologico per aver fornito, in più occasioni, versioni diverse del foglio matricolare di Cervia. Il caso, tuttavia, si conclude con una sentenza di assoluzione con formula piena che afferma quanto poi sarà smentito dalle successive indagini e cioè che è improbabile che la scomparsa del Cervia sia riconducibile alle sue conoscenze elettroniche apprese diversi anni prima considerato quello che è notoriamente la rapidità di evoluzione di questo settore che rende obsolete le cognizioni tecniche a distanza di breve termine;

in merito alle competenze del loro padre, Erika e Daniele hanno recentemente dichiarato: “Il SIOS Marina (il servizio segreto della Marina militare) fornì immediatamente ai Carabinieri di Velletri una informativa sulle reali capacità professionali di nostro padre assolutamente falsa; nel documento si legge che la specializzazione di nostro padre “non era ritenuta affatto specialistica” nell’ambito della Marina Militare, limitata semplicemente alla “riparazione di schede bruciate o alla sostituzione di fusibili”. Solo quattro anni dopo la Marina Militare ammetterà che il ruolo avuto da nostro padre era di “particolare contenuto specialistico” e che pertanto era addetto alla “condotta ed alla manutenzione delle apparecchiature GE” (Da evidenziare che tale documentazione è stata fornita alla famiglia dopo che la stessa, insieme ad alcuni membri del Comitato per la verità su Davide Cervia, il 14 settembre 1994, hanno materialmente “occupato” l’ufficio del Capo Gabinetto della Difesa). la Marina Militare fornisce, per nostro padre, ben cinque fogli matricolari (curriculum professionale) diversi l’uno dall’altro e quello “completo” lo fornirà solo dopo le pressioni di cui sopra da parte della famiglia (La legge prevede che esista un solo foglio matricolare e che tutti gli altri esemplari siano copie conformi all’originale).”(Lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014);

in merito alla ricerca di informazioni sul reale profilo professionale di Davide condotta dalla famiglia Cervia, Marisa ha ricordato che “in prima battuta la Marina ci rispose che Davide era una persona che lavorava in ambienti per nulla tutelati da segreto, perché mi chiedo questa reticenza nei confronti di un uno che era stato rapito? Che cosa si nascondeva?”; ha inoltre aggiunto che “grazie alla trasmissione Chi l’ha visto e a Donatella Raffai che la conduceva, che fece un’indagine minuziosa sul passato di mio marito, vennero fuori moltissime informazioni sulla sua specializzazione tanto che scoprimmo fosse considerato quando era in Marina uno dei migliori tecnici a livello europeo” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

solo a distanza di sei mesi dalla scomparsa del marito, Marisa viene convocata dalla Procura della Repubblica di Velletri, dal magistrato che segue le indagini alla presenza del procuratore capo, ma il colloquio non consegue alcun esito. Ad attenderla nel suo ufficio è il sostituto procuratore, Romano Miola; in tale occasione è presente anche il procuratore capo, Vito Giampietro, che di fatto conduce l’interrogatorio, in un clima ritenuto “non sereno”. Il procuratore chiede a Marisa di rispondere alle domande con un “sì” o con un “no” e, ad ogni tentativo della donna di approfondire le circostanze, ella viene bruscamente invitata ad attenersi alle richieste o financo interrotta; il dottor Giampietro contesta ogni episodio riportato dalla moglie del tecnico rapito (“tankerenemy”, 9 agosto 2007);

Marisa, con l’aiuto di amici, ex colleghi del marito ed alcuni giornalisti, svolge quelle indagini che la magistratura non fa. Viene costituito un “Comitato per la verità su Davide Cervia” e presentate decine di interrogazioni parlamentari che tuttavia ottengono risposte incongrue ed insufficienti, spesso in contraddizione con gli elementi probatori già acquisiti. La proposta di legge avente ad oggetto la “Istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla scomparsa di Davide Cervia in connessione ai traffici di armi e di materiale elettronico dall’Italia verso i Paesi del Medio Oriente” (Atto Camera n. 2020, Proposta di legge d’iniziativa dei Deputati Imposimato, De Simone, Bassolino, Colaianni, Lettieri, Di Pietro, Cesetti, Russo Spena, Giuntella, Maceratini, presentata il 14 dicembre 1992) si arena. Due appelli di Papa Giovanni Paolo II sono inascoltati; 150.000 cartoline rivolte al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro rimangono senza risposta. Per otto anni la Procura di Velletri non svolge praticamente alcuna indagine, non provvedendo neppure all’individuazione ed all’esame dei militari che hanno frequentato corsi di specializzazione insieme a Cervia; a nulla serve l’esposto della moglie al Consiglio Superiore della Magistratura in data 2 giugno 1992;

nonostante la convergenza di diversi elementi verso la pista libica, gli organi istituzionali preposti alle indagini, quando non hanno più potuto negare il sequestro di persona, hanno tentato di accreditare una diversa pista irachena, consapevolmente inconsistente per il fatto che, in quegli anni, gli armamenti e la tecnologia utilizzati in Iraq erano di provenienza sovietica, e non italiana. La lettera anonima proveniente dal Sios Marina, citata in precedenza, nella quale si fa esplicito riferimento all’estradizione di Davide, prima in Libia poi in Arabia Saudita, non ha determinato alcun impulso all’attività di investigazione;

le scoperte rinvenute in seguito all’occupazione pacifica dell’ufficio del vice capo di gabinetto del Ministero della Difesa da parte della famiglia Cervia, nel settembre 1994, non destano l’interesse degli inquirenti, e non vengono scandagliate a dovere dalla Procura di Velletri; lo stesso procuratore capo della Procura di Velletri ha ammesso la “sostanziale inerzia dovuta a carenza di organico” (“l’Espresso”, 7 dicembre 2012);

in merito alla probabile presenza di Davide sul volo Air France precedentemente citato, Erika e Davide hanno recentemente dichiarato: “Da testimonianze di ex funzionari della compagnia aerea Air France, è emerso che il 6 gennaio 1991 Davide Cervia avrebbe viaggiato, accompagnato da un’altra persona, su un aereo di linea francese da Parigi al Cairo (è necessario ricordare che la 1^ Guerra del Golfo ha inizio il 16 gennaio 1991): il biglietto aereo sarebbe stato acquistato dal Ministero degli affari Esteri Francese. Non risulta che tale pista sia stata nell’immediatezza in alcun modo approfondita, salvo farlo otto anni dopo da parte della Procura Generale di Roma, allorquando la compagnia aerea dichiara, in un’alternanza di contraddizioni, che il carteggio relativo a “quel biglietto aereo” è stato cestinato perché ritenuto privo di interesse” (lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014);

recentemente, Erika e Daniele hanno dichiarato che Salvò Andò (Ministro della Difesa dal 28 giugno 1992 al 28 aprile 1993), “rassicurò pubblicamente la nostra famiglia nel corso di una trasmissione televisiva (“Mixer” di Giovanni Minoli) che era stato creato un gruppo di lavoro del SISMI (Servizio segreto militare – oggi A.I.S.I.) che si stava occupando del caso. Il gruppo di lavoro, con a capo il Generale Cesare Pucci, formato da specialisti di antiterrorismo, armi e controspionaggio, basò le sue indagini esclusivamente su notizie ed elementi forniti dalla parte lesa (come essi stessi attestarono) ed il risultato di tale lavoro non portò alcuna nuova spinta alle negligenti indagini della procura di Velletri ma confermò semplicemente quanto sostenuto dalla famiglia fino a quel momento: Davide Cervia poteva essere stato rapito “ad opera di società o organizzazioni verosimilmente straniere per interessi commerciali-militari legati alla sua competenza professionale” (lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014);

considerato oltretutto che:

nel 1996 ha inizio il processo all’ammiraglio Giorgio Sprovieri, accusato di falso ideologico per non aver fornito, in quattro diverse occasioni, il foglio matricolare completo di Davide. Nella prima udienza, il 25 giugno 1997, il tribunale accoglie la richiesta avanzata da Marisa di costituzione come parte civile contro lo stesso Sprovieri. E nel corso del dibattimento si registra uno scontro al calor bianco tra l’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Angelo Palladino, e la difesa di Sprovieri, curata dall’Avvocatura dello Stato. Com’è possibile, dal punto di vista etico, prima ancora che formale e procedurale, che un’accusa formulata «in nome dello Stato» si imbatta nella difesa istituzionale dello Stato stesso? La circostanza non passa inosservata, al punto da finire in un’interrogazione parlamentare al ministro della Difesa, durante la seduta della Commissione Difesa del Senato, da parte del senatore Giovanni Russo Spena. (…) L’interrogazione cadrà nel nulla. In data 24 settembre 1999 l’ammiraglio Sprovieri viene assolto dall’accusa di aver falsificato i fogli matricolari di Cervia, su cui non risultavano le specializzazioni (“A.A.A. vendesi esperto di guerre elettroniche – Storia di Davide Cervia, vittima del traffico d’armi tutto compreso”, di Valentino Maimone, Selene edizioni);

in data 6 luglio 1998, su istanza di Marisa, la Procura generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Roma avoca a sé il procedimento avviato dalla Procura di Velletri. Nelle motivazioni si precisa che si è letta la nota del Procuratore della Repubblica di Velletri del 25 maggio 1998 che ha comunicato una sostanziale inerzia delle indagini dovuta a carenza di organico. Il lasso di tempo trascorso dall’accadimento, l’evanescenza di alcune piste investigative non approfondite nell’imminenza dei fatti e la dichiarata “non piena collaborazione da parte di talune Istituzioni” vengono posti a sostegno della richiesta di archiviazione;

in data 5 aprile 2000 il Giudice delle indagini preliminari di Velletri archivia il caso come sequestro di persona ad opera di ignoti, ritenuto che sono rimasti ignoti gli autori del reato, nonostante le accurate e complete indagini svolte dalla Procura Generale presso la Corte di Appello di Roma; Davide è stato dunque rapito da ignoti e ormai è troppo tardi per cercare di individuarne i responsabili (“A.A.A. vendesi esperto di guerre elettroniche – Storia di Davide Cervia, vittima del traffico d’armi tutto compreso”, di Valentino Maimone, Selene edizioni);

in riferimento all’attività di indagine svolta dalla Procura di Velletri, Erika e Daniele hanno recentemente affermato che detta Procura “per otto lunghissimi anni (1990-1998) non indagò sul Caso per “carenza di organico” vanificando in maniera irrimediabile l’assunzione di elementi fondamentali per la ricostruzione della vicenda. In ordine a queste omissioni, ritardi e superficialità nelle indagini, la Procura Generale di Roma, avoca a sé il procedimento gestito con incuria che archivierà come sequestro di persona in danno di Davide Cervia ad opera di ignoti, impossibili da identificare visto il lungo tempo trascorso dal rapimento” (lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014);

in data 7 maggio 2001, con sentenza n. 536, il Tribunale di Civitavecchia ha assolto Marisa e gli autori del libro “Un mistero di Stato – Inchiesta sul rapimento di Davide Cervia tecnico di guerre elettroniche” – Gianluca Cicinelli e Laura Rosati – dall’accusa di diffamazione rivolta loro da alti vertici delle forze armate. La suddetta sentenza ha accertato che nonostante non si fossero in alcun modo evidenziate circostanze in tal senso, veniva accreditata dagli inquirenti, che in questa direzione si muovevano, la tesi della fuga per ragioni passionali e non veniva, invece, dato il giusto rilievo alle dichiarazioni di Cavagnero Mario e di Greco Alfio. È, dunque, evidente che quanto riferito dagli informatori avvalori in maniera concreta chiara ed inequivoca la tesi del rapimento. Segue la sentenza che si è poi già detto come l’attività investigativa, caratterizzata da numerose lacune e superficialità, fosse stata fin dall’inizio rivolta a giustificare la scomparsa del Cervia in forza di una sua libera scelta, e come sia stata invece del tutto sottovalutata l’ipotesi del sequestro di persona, sostenuta con perseveranza dalla famiglia. La sentenza accerta inoltre una notevole carenza a livello investigativo che può trovare spiegazione solo nell’ostinazione dimostrata dagli inquirenti nel perseguire una determinata pista ad attento esame facilmente riconoscibile come errato. Infine, ammette che nello svolgimento delle indagini si siano adombrate interferenze da parte degli apparati dello Stato. In particolare, vi era stata da parte della stessa Marina Militare presso la quale il Cervia aveva prestato servizio reticenza a confermare che lo stesso fosse un soggetto particolarmente qualificato;

in data 25 ottobre 2011 Erika scrive al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: chiede verità e giustizia, che si riconsiderino le indagini svolte, che si individuino i responsabili delle molteplici negligenze a causa delle quali la verità sul rapimento di Davide è diventata difficilissima, se non impossibile, da raggiungere;

nel luglio 2012 il Segretariato generale della Presidenza della Repubblica ha risposto per conto di Giorgio Napolitano alla famiglia Cervia, ma Marisa Gentile ha definito quel documento “vago e insufficiente” (“l’Espresso”, 7 dicembre 2012);

nel settembre del 2012 i figli di Davide, Erika e Daniele, insieme alla moglie Marisa hanno intentato una causa nei confronti dei Ministeri della Difesa e della Giustizia, citando in giudizio i Ministri competenti davanti al Tribunale civile di Roma, “chiedendo il risarcimento dei danni subìti “per la violazione di ciò che può definirsi il diritto alla verità””; (sito internet“Chilhavisto”);

a firmare la citazione sono gli avvocati Alfredo Galasso, legale anche dei famigliari delle vittime di Ustica, e Licia D’Amico. Da fonti di stampa si apprende che “in 54 punti hanno raccolto un miriade di elementi sulle negligenze e i depistaggi che hanno accompagnato le indagini, come del resto ha riconosciuto anche la Corte d’Appello (di Roma, nella sentenza di archiviazione del 5 aprile 2000)” (“La Stampa”, 11 settembre 2014);

alla base della citazione in giudizio dei due dicasteri da parte dei familiari di Davide sopra richiamata, vi sono i “ritardi, i depistaggi e le omissioni» che hanno impedito di accertare la sorte del loro congiunto soprattutto alla luce del decreto di archiviazione del 5 aprile 2000 nel quale si parla di sequestro dell’esperto elettronico” (sito internet“Chilhavisto”);

l’atto di citazione sopra menzionato recita: “Dal ministero della Difesa dipende l’arma dei carabinieri, i cui esponenti si sono resi colpevoli di una gestione inappropriata – se non sospetta – della prima e più delicata fase delle indagini”; la famiglia Cervia imputa inoltre alla Marina militare di avere «insistentemente precluso la conoscenza della reale competenza tecnica» dell’ex sottufficiale, mentre rimprovera al Ministero della Giustizia “la carenza di personale e strutture presso la Procura e il tribunale di Velletri”. La prima udienza si è tenuta in data 7 dicembre 2012 (“l’Espresso”, 7 dicembre 2012);

in data 16 ottobre 2012, dopo circa un mese dall’avvio della causa civile contro i Ministeri sopra richiamata, nell’abitazione della famiglia Cervia si verifica una forte esplosione, conclusa senza ferimenti, ma con tanta paura e danni materiali alla casa. Un episodio che per la figlia del tecnico scomparso, Erika, è “misterioso e pieno di incongruenze. Non un caso” (“Il Secolo XIX”, 22 novembre 2012);

Lina Gentile, suocera di Davide, ha così rappresentato il momento dell’esplosione: «Stavo prendendo un caffè, ho sentito un botto incredibile… Mio marito è andato a vedere. C’era la finestra distrutta, sradicata, con le staffe con un pezzo di calcestruzzo sradicato dal muro. Ho pensato a una fuga di gas. Ma il fornello era ancora acceso, c’era la fiamma e la pentola bolliva. Per il gas era tutto a posto… allora non mi so spiegare cosa è successo» (sito internet“Chilhavisto”, aggiornamento 21 novembre 2012);

Erika descrive il medesimo episodio in questi termini: “Martedì 16 ottobre (2012) alle ore 14.15 circa si è verificata una esplosione nella nostra abitazione, all’interno di un locale cucina adiacente la nostra abitazione. Si è sfiorata una tragedia visto che mia nonna era da poco uscita dal locale in questione mentre io mi trovavo ancora lì vicino. Abbiamo sentito un boato e io ho visto i frammenti della finestra del locale cucina schizzare verso la macchina di mio nonno sulla quale hanno causato varie ammaccature e la rottura dell’intero lunotto posteriore. Dopo il rumore sono tutti corsi fuori casa ed insieme abbiamo notato che ad essere divelte dall’esplosione erano state solamente la finestra e la porta del locale cucina, all’interno del quale non si era mosso nulla. Tutto era come lo avevamo lasciato. Quando sono arrivati i Carabinieri di Velletri sul posto, questi hanno ipotizzato una fuga di gas, ma basta guardare le foto che abbiamo scattato per rendersi conto che il gas non centra assolutamente nulla. Se fosse stata la bombola ad esplodere avrebbe distrutto la macchina del gas e danneggiato in maniera evidente l’interno del locale e la bombola stessa. Ma stranamente è tutto integro, nulla si è spostato, torno a ripetere che sono esplose solo la porta e la finestra. In più al momento della deflagrazione la finestra era aperta, dunque come faceva ad accumularsi gas nel locale??!! I Carabinieri hanno prelevato sul luogo dell’esplosione dei frammenti che ci avevano assicurato avrebbero mandato al Ris per farli analizzare, ma con nostro grande stupore dopo quasi un mese, hanno i frammenti ancora in caserma, nessuno li ha ancora analizzati: non è strano? Cosa stanno aspettando?” (“Caso Cervia, la figlia: “Hanno tentato di ammazzarci””, di Marco Montini, lecitta.it/notizie)

in data 26 ottobre 2012, sul numero fisso e sul cellulare del cognato di Davide, Giuseppe Gentile, sono pervenute delle telefonate “mute”; la denuncia di tali episodi è stata depositata in data 27 ottobre 2012 (sito “soniaalfano”);

in data 10 novembre 2012, Marisa ha telefonato al Maresciallo Cosentino della stazione dei Carabinieri di Velletri per avere informazioni circa lo svolgimento delle indagini, apprendendo che in realtà non era stata svolta alcuna attività investigativa in ordine agli episodi già citati; preoccupata di questa inoperosità, Marisa informava il Comando Generale dei Carabinieri, nella persona del Generale Gallitelli, prima con una lettera raccomandata (datata 19 novembre 2012) e, successivamente, avendo appreso che i Carabinieri non avevano ancora provveduto alla trasmissione delle denunce sui fatti di cui sopra, con comunicazione datata 21 novembre 2012 (sito “soniaalfano”);

in data 6 febbraio 2013, durante la trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”, Marisa, in studio con l’avvocato Licia D’Amico e il figlio Daniele, ha denunciato quanto era accaduto durante l’ultima udienza [della causa civile intentata nei confronti del Ministero della Giustizia e della Difesa, già richiamata in precedenza], nel corso della quale il Ministero della Giustizia, nella sua memoria difensiva, era tornato a parlare di “allontanamento volontario”; una tesi, a parere degli interroganti, in aperto ed evidente contrasto con i fatti accaduti sin dal giorno della scomparsa di Davide (“Chi l’ha visto”, puntata del 6 febbraio 2013).

in merito all’emersione di nuovi testimoni del rapimento, Marisa ha dichiarato che un terzo testimone «è uscito di recente, e se ne è parlato nella trasmissione Chi l’ha visto, che dice soltanto adesso di aver veduto le due macchine correre qui sulla nostra via, aggiungendo che una delle due era senza tagliando di assicurazione”; sul punto è intervenuta la figlia Erika, la quale ha dichiarato: “Ora, questo detto tra noi, ci fa piacere perché si aggiunge agli altri due testimoni, ma ci lascia molto sorpresi questa precisazione così strana, a distanza di 22 anni. Sembra una attenzione da “addetto ai lavori”, da un uomo abituato per mestiere a vedere contrassegni sulle auto, strano no?” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

la famiglia Cervia ha vissuto “e vive nell’incubo di non sapere niente dell’uomo. Telefonate mute, pedinamenti e offerte di denaro volevano far interrompere la ricerca e la richiesta di chiarezza della moglie e dei figli”. Oggi non c’è ancora nessuna spiegazione e “vivono ancora nell’incubo di ritorsioni e intimidazioni” (“Il Secolo XIX”, 22 novembre 2012);

recentemente, Erika e Daniele hanno elencato alcune delle iniziative ed appelli posti in essere per invocare un intervento concreto delle Istituzioni nella risoluzione della vicenda, ma rimaste inascoltate: “150.000 cartoline firmate da comuni cittadini per chiedere la verità sul caso Cervia indirizzate all’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, rimaste senza risposta. Decine di lettere indirizzate, negli anni, alle maggiori Cariche Istituzionali rimaste senza risposta: si vedano le ultime scritte rispettivamente al Ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri in data 12 settembre 2013 e quella indirizzata al Ministro dell’Interno, Angelino Alfano in data 14 ottobre 2013. Decine di Interrogazioni Parlamentari rimaste senza risposte. Il tentativo invano da parte di alcuni Deputati della Repubblica di presentare una Proposta di Legge per l’istituzione di una Commissione Parlamentare di Inchiesta. Due appelli del Papa S. Giovanni Paolo II” (lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014);

più e più volte la stampa ha stigmatizzato “menzogne, depistaggi, accenni di verità difficili da decriptare: è questo il muro contro cui sbatte da due decenni la famiglia Cervia; allora i figli del sottufficiale, Erika e Daniele, avevano 6 e 4 anni. Oggi sono adulti che lottano contro l’omertà da cui è avvolta la scomparsa del padre” (“l’Espresso”, 7 dicembre 2012);

in merito ai depistaggi e alle intimidazioni ricevute, la figlia di Davide, Erika, ha dichiarato: “In questi 22 anni ogni volta che proponevamo iniziative o andavamo in trasmissioni prima o dopo ricevevamo telefonate mute a tutte le ore del giorno o della notte, eravamo vittime di pedinamenti e minacce. Tutto questo non accadeva e accade solo alla nostra famiglia, ma anche alle persone a noi vicine. Nei giorni successivi all’esplosione, infatti, hanno sfondato il portone dell’abitazione del presidente del Comitato [il “Comitato per la verità su Davide Cervia”, n.d.a.], Gianluca Cicinelli: in passato è stato più volte minacciato e buttato fuori strada… Hanno telefonato per tutta un’intera notte a casa di mio zio che abita sotto di noi, rimanendo in silenzio quando alzavano la cornetta e hanno buttato fuori strada Sandro Silbi, il vicepresidente del comitato pro Davide. Tutti questi fatti sono stati denunciati” (“Caso Cervia, la figlia: “Hanno tentato di ammazzarci””, di Marco Montini, lecitta.it/notizie);

quando all’indirizzo di Marisa Gentile pervengono minacce di morte che investono tutta la sua famiglia, decide di non mandare i figli a scuola per alcuni giorni. Due carabinieri si recano più volte nella scuola frequentata dai figli di Marisa e Davide, per verificare la possibilità di denunciare la madre per il mancato adempimento degli obblighi scolastici nei confronti dei figli. La procedura è anomala, poiché spetta alla dirigenza dell’istituto segnalare eventuali inadempienze circa gli obblighi scolastici ad opera dei genitori (“tankerenemy.”, 9 agosto 2007);

in seguito al ritrovamento dell’auto di Davide, avvenuto tramite segnalazione anonima, arrivò alla famiglia l’offerta di un miliardo di lire per non occuparsi più del caso” (lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014); la circostanza è evocata da Marisa nel corso di una puntata della trasmissione televisiva “I fatti vostri”, ove racconta di aver ricevuto l’offerta di cinquecentomila euro affinché non cerchi più il marito Davide (“tankerenemy”, 9 agosto 2007). La proposta è subito fermamente rifiutata. I familiari riferiscono in più occasioni di tale offerta, ma non vogliono rivelare i nomi degli offerenti esclusivamente al fine di salvaguardare la propria incolumità, che non sentono altrimenti protetta;

la suddetta sentenza di assoluzione emessa dal Tribunale di Civitavecchia, in seguito alla denuncia per diffamazione rivolta da alti vertici delle forze armate a Gianluca Cicinelli e Laura Rosati, autori del libro “Un mistero di Stato”, e Marisa Gentil, ha “riconosciuto quante malevole angherie questa famiglia così bella ed unita ha dovuto sopportare in questi anni in termini umani e pratici” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

al riguardo delle difficoltà che la famiglia Cervia ha dovuto affrontare in questi anni, Marisa ha dichiarato: “23 anni fa è stata durissima, eravamo trattati come appestati. Qui non ci conosceva nessuno, perché noi venivamo da fuori, non eravamo di Velletri, ci hanno bersagliato di fandonie con i giornali locali, in strada mi evitavano, io ero da sola con due figli piccoli, ho pianto tanto. I miei genitori mi hanno dato tanta forza, mi spingevano ad andare a testa alta. Non trovavo lavoro, ho avuto difficoltà davvero all’inizio, e adesso però sento tanta solidarietà finalmente, ma è stato un lavoro lungo e difficile, non sono scappata, ho resistito. Ho tanta rabbia, ci hanno massacrato la vita, io avevo 27 anni, ho subito mille angherie… credimi, è difficile superarle, perché di fronte a fatti così evidenti sono rimasta sola nella mia battaglia, senza la comprensione e l’appoggio degli organi competenti»; ha poi aggiunto: «Ho dedicato la vita a questa storia, si sono presi anche la mia di vita oltre quella di Davide, e hanno rubato l’infanzia ai miei figli” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

in merito all’esperienza che potrebbe aver vissuto Davide durante il sequestro, Marisa Gentile ha dichiarato: “Fino a pochi anni lo sentivo vivo, ora non so, ho perso questa sicurezza, troppi anni sono passati. Non ci posso pensare al fatto che un uomo come lui, amante della famiglia sia stato privato del calore dei suoi affetti, se penso a questo mi viene un magone ancora adesso. Non penso riflettendoci, che abbia subito cose terribili nell’immediato, dopo il rapimento, io immagino lo avranno portato in un luogo segreto, e convinto a collaborare con mille promesse, o con ricatti, perché sicuramente serviva a chi lo aveva preso. Allora certe volte io spero che in quei giorni, mesi abbia avuto qualche momento di relativa serenità, solo quello spero io per Davide” (“Cronaca-nera”, 8 aprile 2013);

nel settembre 2014, in riferimento alla causa civile intentata da lei e dai suoi figli nei confronti dei Ministeri della Giustizia e della Difesa al fine di far luce sulla scomparsa del marito e di richiedere un risarcimento per i danni subiti, Marisa ha dichiarato: “Ci avviamo verso una archiviazione per prescrizione», attesa per «la prossima primavera”; (“lastampa”, 11 settembre 2014);

Erika e Daniele hanno recentemente lanciato un appello al Ministro della Giustizia affinché si arrivi a “rivalutare e ritirare la richiesta avanzata dai Ministeri suddetti, attraverso l’Avvocatura dello Stato, di far applicare al Giudice del Tribunale civile di Roma, Dott.sa D’Ovidio, il principio della prescrizione; prescrizione che ancora una volta negherebbe ai sottoscritti la possibilità di avere riconosciuti i diritti fondamentali della persona. Dopo quasi un quarto di secolo dal rapimento di nostro padre, quando eravamo due bambini di sei e quattro anni, ai quali una ignota ed incomprensibile ragion di Stato ha violentemente strappato uno degli affetti più cari, chiediamo a Lei, Signor Ministro, di voler intercedere affinché il Giudice possa celebrare il procedimento civile in maniera autonoma ed imparziale, valutando fatti e circostanze, documenti e depistaggi da noi presentati, senza l’impedimento della prescrizione che metterebbe una pietra tombale sulla nostra accorata richiesta di verità e giustizia” (lettera di Erika e Daniele Cervia al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, 2 maggio 2014);

in data 11 maggio 2015, il deputato del Movimento 5 Stelle Angelo Tofalo ha promosso una petizione popolare rivolta ai Ministri della giustizia e della difesa, citati in giudizio dalla famiglia Cervia, affinché rinuncino alla prescrizione e consentano lo svolgimento naturale del processo; nell’appello si precisa che lunedì 11 giugno 2015, alle ore 12.00, ci sarà la prima udienza del processo civile sul caso di Davide Cervia;

l’articolo 13 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”;

considerato infine che, a parere degli interpellanti:

i fatti sin qui esposti costituiscono nel complesso un quadro drammatico e sconcertante, e forse nemmeno in grado di rappresentare nella sua interezza l’esperienza che Davide Cervia e i suoi cari si sono ritrovati costretti a vivere negli ultimi venticinque anni; un fallimento per quello Stato che avrebbe dovuto muoversi tempestivamente e con tutte le sue forze per proteggere i suoi figli, e che invece si è palesato in tutta la sua inerzia, sordità e financo prepotenza, perpetrata ai danni di una famiglia lasciata colpevolmente sola nell’ingiustizia, soggetta per un quarto di secolo ad un inesorabile crollo psicologico indotto per mezzo di intimidazioni, aggressioni, depistaggi, messinscene, false testimonianze, reticenze, abusi di potere, silenzi omertosi;

il diritto alla verità è un bene assoluto ed universale da riconoscere a qualunque essere umano, senza distinzioni di sesso, età, classe sociale e religione, e che lo Stato di Diritto nel quale viviamo debba porsi quale obiettivo la sua preservazione e realizzazione;

la prescrizione impedirebbe, di fatto, di pervenire ad una verità sul caso Cervia, anche parziale, in grado, se non di consentire il ricongiungimento dei familiari con il tanto sospirato marito e padre, almeno di determinare le responsabilità individuali di coloro che hanno concorso all’inerzia e all’insabbiamento del rapimento di Davide, rallentando, depistando e ostacolando ricerche, nascondendo informazioni, minacciando i parenti della vittima, nonché stimolando nella famiglia Cervia e nei conoscenti ad essa vicini una continua altalena di emozioni positive e negative, comunque fortissime, un frullato di speranze prima alimentate e poi inesorabilmente soffocate;

risulterebbe moralmente ed eticamente inaccettabile che un mistero incompiuto da 25 anni qual è quello del rapimento di Davide Cervia, che pur tuttavia reca con sé inerzie, responsabilità e colpe documentabili e perseguibili, nonché le aberranti sofferenze patite dalla sua famiglia in tutto questo tempo, subiscano l’onta della prescrizione;

il Presidente del Consiglio dei ministri e i Ministri destinatari della citazione in giudizio dovrebbero rinunciare alla prescrizione quale segno di trasparenza e rispetto della verità, nonché di ripristino del perduto ruolo di garante dei diritti dei cittadini che sarebbe dovuto essere proprio di uno Stato democratico qual è la Repubblica Italiana che ci onoriamo di servire, e che tuttavia in tale contesto è venuto meno,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se non intenda avvalersi, nei limiti di propria competenza, della facoltà di rinunciare, per tramite dell’Avvocatura dello Stato, all’eccezione della prescrizione nel procedimento civile citato in premessa ed avviato nell’anno 2012 a carico dei Ministeri della giustizia e della difesa, per iniziativa della moglie di Davide Cervia, Marisa Gentile, e dei suoi due figli, Erika e Daniele Cervia, al fine di consentire il naturale svolgimento del processo e l’accertamento delle responsabilità individuali ove dovessero riscontrarsi;

al fine di addivenire al riscontro di una verità storica, nei fatti e nelle intenzioni di chi ha compromesso la ricerca e il possibile ritorno a casa del Cittadino Davide Cervia, quali attività intenda promuovere per accertare la posizione attuale di Davide Cervia, e se non ritenga opportuno dare indicazioni alle strutture militari e alle Agenzie di informazione e sicurezza, sia civili che militari, affinché forniscano ai familiari ogni informazione e documentazione in loro possesso relative al caso Cervia, utili a definire con certezza i fatti verificatisi dal 12 settembre 1990 ad oggi.