Pierre Rabhi: viviamo in una società altamente TOSSICA!!

Pierre Rabhi

A seguito del post Pierre Rabhi: l’avvento del capitalismo-schiavistico e LA FINE DI UN MONDO SECOLARE! pubblicato qualche giorno fa, oggi diamo spazio alla descrizione, sempre di Pierre Rabhi, della società odierna con la speranza che sempre più persone aprono gli occhi e la mente!

Esaminando oggettivamente le condizioni imposte agli uomini con il pretesto di un progresso proclamato a squarciagola come liberatore, non potevo fare a meno di percepire il carattere carcerario del sistema – una variante di coltura <<fuori terra>> applicata all’uomo. Accenno molto spesso alla questione durante le mie conferenze; attiro l’attenzione del pubblico sull’itinerario che percorrono gli esseri umani in seno alla modernità: dalla scuola materna fino all’università, vivono in uno stato di reclusione. Persino le parole che impieghiamo nel quotidiano lo richiamano: alcuni di noi sono schiavi del lavoro, la società ci ingabbia in un determinato ruolo, la burocrazia ci intrappola. Per divertirci, ci chiudiamo nei locali, e se usciamo lo facciamo in macchina, rimanendo imbottigliati nel traffico! Viviamo talvolta imprigionati in case piccolissime, e il nostro itinerario termina, pensate un po’, in una cassa o in un’urna, chiusa tra quattro mura. Che chi abita in città ne sia cosciente o no, nella sua vita tutto è esiguo, a cominciare dall’assenza di orizzonte. La televisione, trasmettendo immagini della vastità del mondo, si incarica di farcelo dimenticare per un po’…

Quest’universo quasi carcerario raggiunge l’apoteosi con la proliferazione di chiavi, serrature, codici d’accesso, telecamere di sorveglianza: un tale clima di prevenzione, di sospetto, non può che produrre tossine sociali che esasperano un sentimento di insicurezza, creando vere e proprie barricate, all’interno come all’esterno. Ma ben più inquietante è la clausura infida e fatale che concerne direttamente la psiche umana e passa per lo spiegamento esponenziale di strumenti elettronici, informatici, telematici eccetera. La loro influenza è tale che si ha l’impressione che modellino le nuove generazioni a proprio uso e consumo, e con un’efficacia straordinaria. La pagina scritta, uno dei mezzi di comunicazione secolari, cede il posto allo schermo. Quest’ultimo non servirà a connettere, nel bene e nel male, le solitudini di una società a corto di legami sociali, calorosi e non? La modernità non starà vincendo, insidiosamente ma indubbiamente, la battaglia dell’alienazione definitiva della persona, rendendola dipendente da strumenti che dovrebbero liberarla? Non è anche questo un modo per clonare e standardizzare gli spiriti – come possiamo già constatare viaggiando – su scala universale? Le nostre esperienze passate ci spingono a immaginare di tutto. Il cervello dell’individuo non si sarebbe potuto evolvere senza una connessione al cervello collettivo; ora, nella nebulosa informatica, quest’ultimo non verrebbe ridotto a una sorta di componente elettronico biologico che riceve e trasmette informazioni senza una precisa consapevolezza delle conseguenze che induce sull’evoluzione generale della specie umana? Credere che, senza una chiara consapevolezza delle conseguenze che induce sull’evoluzione generale della specie, il cervello umano possa uscire indenne dal trasferimento a macchine avanzate delle funzioni straordinariamente complesse e acute che ha acquisito dalla sua comparsa sulla terra è illusorio. Creando strumenti dall’immateriale, avrà come scopo di abolire se stesso? La domanda è più seria di quanto si possa immaginare. Persino uno strumento meno complesso come l’automobile integra il conducente, come un componente biologico, nella complessità dei meccanismi che gli permettono di muoversi. La sensazione di libertà e di potenza avvertita dal conducente presuppone la sottomissione del veicolo alle regole da lui stabilite, cosa che il minimo problema meccanico o di carburante tende a evidenziare. La sobrietà non dovrebbe applicarsi anche alla tendenza attuale a far credere che l’accesso a qualunque informazione, ovunque e in ogni momento, sia segno di libertà?