Italia

Michele trentenne suicidato da un sistema criminale capace di produrre solo PRECARIETÀ!

Udine. Michele, trentenne, suicidato da un sistema assassino che mira a produrre solo precarietà. 

Comprendiamo benissimo ogni singola parola riportata nella lettera, scritta da Michele ai genitori, prima di “deporre definitivamente le armi” contro un sistema maledetto. Perché quotidianamente anche noi lottiamo contro dei veri e propri mulini a vento che a volte ci causa talmente tanto sconforto che ci tornano in mente questi gesti estremi.  

Questi gesti dovrebbero colpire ognuno di noi nel profondo del cuore perché è anche colpa nostra. Facile scaricare la colpa sui criminal-politici/governanti Siamo noi che abbiamo permesso, agevolato e continuiamo a portare avanti questo sistema folle grazie al nostro operato. Alla nostra quotidianità.

Siamo noi che accettiamo il peggio perché viviamo nella paura più profonda che ci porta a non essere noi stessi, preferendo indossare una maschera per ogni situazione. Dove credi ci porterà questa “non vita”? Non sei ancora sazio di quello che è successo e del momento che stiamo attraversando? Migliaia di persone hanno deciso di deporre le armi perché il sistema che alimentiamo è talmente devastante che colpisce addirittura adolescenti che vanno ancora a scuola. 

Inutile scandalizzarsi e asciugarsi lacrime di coccodrillo quando siamo noi stessi la causa del problema. Ognuno di noi ha il dovere di agire quotidianamente in maniera trasparente, corretta, etica, pulita, onesta, sincera ecc… Solo così possiamo migliorare questa società. Abbiamo creato un mondo mostruoso e bugiardo che nonostante ci violenti sempre più, continuiamo a correre su questo binario che ci porterà dritti all’autodistruzione.

La mattina non andiamo a scuola. Non andiamo a lavoro. Non andiamo in palestra. Non facciamo sport o qualunque altra attività.

Andiamo in guerra!

Si, andiamo in guerra! Dobbiamo essere competitivi in ogni cosa accompagni le nostre giornate, che ci porta ad essere colpiti, o a colpire (per chi agevola il sistema), con fendenti profondi alle spalle. Colleghi, amici, parenti, vicini, ecc… siamo arrivati al punto che non possiamo fidarci più di nessuno. E’ un continuo SMERDARSI e SPUTTANARSI!!! Per questo parlo di guerra e non di vita. Siamo TUTTI CONTRO TUTTI. Chiaramente non può evolversi una tale società!!

E’ davvero sconfortante tutto ciò!

La lettera di Michele che si è ucciso a trent’anni perché stanco del precariato e di una vita fatta di rifiuti

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, il modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

AGGIORNAMENTO 09.02.2017

Di seguito le parole dell’ex fidanzata di “Michele” 

Michele, suicida a 30 anni. La lettera della ex fidanzata: “Non era solo un giovane precario come tanti”

Sono stata la fidanzata di Michele per tre anni, mi piace il nome che avete scelto per lui perché Michele è un nome da angelo e lui un angelo era.

Ho letto tanti dei commenti usciti in queste ore. Giornalisti importanti, politici, personaggi dello spettacolo. Sembra che Michele sia diventato un eroe e un po’ era quello che avrebbe voluto essere. Eppure tutto questo non mi toglie quel senso di frustrazione e impotenza, non mi fa smettere di piangere.

Sono io che l’ho lasciato solo il mese scorso perché la sua era diventata un’ossessione. In cuor mio speravo di poterlo ritrovare presto, che avrebbe superato questa crisi, da solo o magari grazie a un lavoro nuovo, magari stabile. Sento però che in questa storia, così come viene raccontata, mancano troppe cose. Il primo bacio, un primo maggio in piazza primo maggio di cui ridevamo sempre. Il suo sorriso, quel modo tutto suo di strizzare gli occhi e aggiustarsi i capelli con la mano, il suo amore per i gatti, la sua timidezza ma anche la sua voglia di scherzare anche nelle situazioni tristi.

Poi qualcosa si è rotto. Non era più il ragazzo che avevo conosciuto e non sono riuscita a stargli più accanto. È stata la precarietà mi dite. Vorrei, mi sentirei meno colpevole. Invece continuo a guardare il cellulare con gli ultimi messaggi d’amore disperati che mi ha scritto poche ore prima di andarsene.

Li guardo, piango e mi chiedo perché non gli ho risposto. Passerà mi dicevo, mi sembrava la cosa più giusta da fare. Invece no, non è passato. Non posso essere sicura che avrei potuto evitare tutto questo ma forse… ringrazio sua madre che in questi giorni ha fatto di tutto per non farmi sentire in colpa, ma con me stessa non riesco a fare quello che lei fa con me.

Vi scrivo perché voglio che si sappia che Michele non era solo un giovane precario come me e come tanti e i motivi che lo hanno portato a non esserci più sono quella molteplicità di cose, che era, quelle tante cose che ciascuno di noi è.

Lavoro sì, ma anche passioni, emozioni, gioco, amici, allegria, sentimenti, amore. Sono queste le cose che ci devono far vivere e che ci devono spingere sempre a lottare. E se c’è un altro ragazzo che in questo momento sta pensando a un gesto estremo, gli chiedo di non smettere di lottare, di mandare un altro curriculum, di fare un altro colloquio, di mandare un altro messaggio d’amore disperato.

Perché alla fine qualcuno risponde, deve rispondere e se non risponde non fa niente. Possiamo scherzarci sopra, come faceva il Michele dei tempi migliori.
Vola in pace piccolo grande uomo.

Federica

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