Italia

Omicidio Yara: 7 Ottobre 2017 “MARCIA dei 100 passi per Massimo Bossetti” a BERGAMO!

L’anno scorso, avevamo pubblicato un articolo sulla morte di Yara Gambirasio e sull’ingiusto arresto, del capro espiatorio, Massimo Bossetti. 

Yara: Massimo BOSSETTI è INNOCENTE!

Il 7 ottobre 2017, a Bergamo, in Piazzale Marconi, zona stazione, dalle 14 alle 17, si terrà “la marcia dei 100 passi a sostegno di Massimo Bossetti”.

APPUNTAMENTO Pam Morrigan: 100 passi per Bossetti

L’evento è stato organizzato da Pam Morrigan (pseudonimo quale blogger) che ha comunicato il suo impegno in Questura e il cui profilo, guarda caso, è stato bloccato per 30 giorni non appena postato l’evento. Di conseguenza l’ho riproposto su Je suis Bossetti per darle modo di gestirlo liberamente. Potrete contattare Pam direttamente al numero 380 7241302. La difesa di Bossetti ha già dato la sua adesione, insieme ad altre persone, sull’evento originario https://www.facebook.com/events/1510530592372970/.
“un Popolo consapevole, PRETENDE LEGALITA’ E GIUSTIZIA., valori che sono stati calpestati con le condanne di Massimo Bossetti a cui non è stato concesso il diritto di difendersi con perizie super partes, nonostante dubbi e anomalie non spiegate, errori, filmati tarocchi, depistaggi, menzogne; e come lui tanti italiani sono condannati ingiustamente grazie alla deriva del “processo indiziario”. 100 passi per Bossetti e per tutti gli “ingiustiziati”, in memoria ed in onore di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia e da una giustizia collusa”.

Si invita, nel limite del possibile, a partecipare alla manifestazione a sostegno del povero Massimo Bossetti, anche a nostro avviso incarcerato ingiustamente, e chiedere giustizia per Yara.

Due giorni fa a Rimini è stato fermato un’insospettabile impiegato 53enne in possesso di materiale pedopornografico, tra cui un dossier di 40 pagine proprio su Yara Gambirasio.

Dalle ricostruzioni fatte in questi anni, che trovate di seguito, risulta fin troppo evidente che il povero operaio di Mapello non c’entra assolutamente nulla con questo delitto.

Non dimentichiamo che il colonnello dei RIS, Lago, ha affermato che il filmato sul furgone di Bossetti è stato confezionato ad arte. Ad oggi non ci risulta che la procura abbia intrapreso azioni contro questi manipolatori.

La morte di Yara sicuramente coinvolge personalità molto potenti facenti parte della rete pedofila, e la notizia di Rimini con conferma ciò.

Bossetti è stato preso come capro espiatorio.    

Caso Yara news Massimo Bossetti: manifestazione in suo sostegno il 7 ottobre a Bergamo

bossetti manifestazione 7 ottobre

Il prossimo 7 ottobre a Bergamo si terrà una manifestazione in suo sostegno, organizzata da chi è fermamente convinto della innocenza del carpentiere che, lo ricordiamo, da sempre si professa totalmente estraneo ai fatti.

Ci sembra doveroso dedicare a Massimo Bossetti la marcia dei “100 passi per Bossetti”. Non abbiamo paura di indicare gli errori di una magistratura e di una procura claudicanti nelle accuse. Non ci arroghiamo nessuna saccenza, abbiamo solo letto gli atti e questi bastano per far insorgere il ragionevole dubbio che porta all’innocenza di un uomo. Noi vogliamo solo verità”, con questa motivazione i sostenitori di Bossetti si muoveranno in marcia in suo aiuto.
Ci sarà anche un comizio: “100 passi per Bossetti” si svolgerà il prossimo 7 ottobre a Bergamo in Piazzale Marconi (zona stazione) dalle ore 14 alle ore 17.  La difesa di Bossetti ha già dato la sua adesione, ed è previsto un intervento dell’avvocato Claudio Salvagni, difensore di Massimo Bossetti.

Salvagni proprio oggi interpellato dalla trasmissione Radio Cusano Caqmpus ha confermato l’intenzione di partecipare alla marcia in sostegno del suo assistito: “Salvo impedimenti parteciperò anche io. La situazione che sta vivendo l’uomo Bossetti è drammatica”“Non tanto per il carcere, per l’essere privato di tutto ma soprattutto per l’impossibilità di difendersi. Nessuna perizia gli è mai stata concessa, riguardo al caso del DNA. E’ una vicenda che non riguarda più il singolo caso, ma tutti noi”, ha puntualizzato il legale.

Massimo Bossetti è disperato ma non abbattuto, come confermato l’avvocato: “Ho ritrovato un Massimo Bossetti battagliero e volenteroso di difendersi fino all’ultimo: ‘Voglio uscire dal carcere come innocente’, mi ha detto. Battagliero, ma molto provato. Beh ovviamente ho avuto paura che potesse accadere qualcosa di grave, ho toccato con mano la prostrazione di quest’uomo. Ma lui è ragionevole, ha dei figli ed una famiglia che gli danno forza e vuole che il suo cognome sia portato con orgoglio”.

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Rimini, fermato pedofilo: aveva anche un dossier osceno di 40 pagine su Yara Gambirasio

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Yara Gambirasio, video su furgone di Bossetti confezionato. Comandante Ris: “Fatto per esigenze comunicative”

 

DagoSpia: NUOVO COLPO DI SCENA: SULLA GIACCA DI YARA C’È IL SANGUE DI UNA SUA AMICA?

1. UNA NUOVA BOMBA SCUOTE IL CASO YARA: SULLA SUA GIACCA C’ERA ANCHE IL SANGUE DI SILVIA BRENA, L’INSEGNANTE DI GINNASTICA CHE AL PROCESSO HA DETTO DI ”NON RICORDARE”
2. L’AMMISSIONE VIENE DAL CAPITANO DEI RIS, INCALZATO DAI DIFENSORI DI BOSSETTI: ”ABBIAMO ESCLUSO CHE SI TRATTI DI SALIVA O ALTRO MATERIALE BIOLOGICO. È POSITIVA AL SANGUE”
3. NON SOLO: ”NON È UNA TRACCIA LASCIATA PER CONTATTO. È QUALCOSA DI PIÙ CORPOSO”
4. QUINDI PARECCHIO SANGUE. DELLA RAGAZZA CHE DUE MESI FA IN UDIENZA PER 15 VOLTE HA DETTO DI NON RICORDARE NIENTE DI QUEL FATALE POMERIGGIO: L’SMS MANDATO AL FRATELLO E POI CANCELLATO DA ENTRAMBI, IL PIANTO A CASA, LE AVANCES RICEVUTE IN PALESTRA
5. TUTTE LE TESTIMONIANZE DICONO CHE QUANDO È ENTRATA NEL CENTRO SPORTIVO, YARA NON AVEVA LA GIACCA, SILVIA NON RICORDA DI AVERLE PARLATO, E DICE DI ESSERE ANDATA IN UN ALTRO PIANO A FARE DEGLI ESERCIZI. MA ALLORA QUEL DNA DA DOVE ARRIVA? ”NON LO SO”

  1. PROCESSO A BOSSETTI, NUOVO COLPO DI SCENA: SULLA GIACCA DI YARA C’È IL SANGUE DI UNA SUA AMICA?

Nuovo, ennesimo colpo di scena al processo contro Massimo Giuseppe Bossetti, imputato per il delitto di Yara Gambirasio. Dopo il clamoroso scivolone sul video del furgone del muratore di Mapello, ora si scopre che sulla giacca della 13enne di Brembate ci sono delle macchie di sangue. Appartengono a Silvia Brena, una delle insegnanti di ginnastica di Yara

È SANGUE – Dodicesima udienza per l’omicidio di Yara Gambirasio ed ennesimo colpo di scena. La traccia genetica scoperta sul polsino del giaccone di Yara con il Dna di Silvia Brena, una delle insegnanti di ginnatisca della ragazza, non è di saliva o di altro materiale biologico.

«È positiva al sangue, abbiamo escluso che sia saliva o altro materiale biologico», ha rivelato, incalzato dalle domande dei difensori di Bossetti, il capitano Nicola Staiti, uno degli ufficiali del Ris di Parma che ha firmato la relazione su tutte le attività di indagine scientifica. E non può che essere una traccia lasciata nelle ultime ore di vita di Yara perché ha resistito molto bene a tre mesi di intemperie, pioggia e neve.

IL DNA – «Non era stata dilavata», ha aggiunto il capitano. «Aveva un profilo complesso. L’abbiamo trovata perché sul polsino del giaccone abbiamo notato alcuni aloni scuri. Così abbiamo scoperto che si trattava di una traccia genetica. Era il Dna della Brena». Ma può essere una traccia lasciata per contatto?, ha chiesto l’avvocato Claudio Salvagni. «Lo escluderei», ha risposto l’ufficiale, «È qualcosa di più corposo».

NON RICORDO” – Silvia Brena già era comparsa in aula come testimone e ad almeno dieci domande rispose: «Non ricordo». Adesso i difensori di Bossetti quasi certamente chiederanno che torni in aula a tentare di spiegare come mai sul giaccone di Yara ha lasciato una traccia di sangue. Prima di questo colpo di scena il capitano Staiti e il suo collega Fabiano Gentile avevano parlato a lungo del Dna di Bossetti scoperto sugli slip di Yara. Lo hanno definito un «profilo perfetto e completo», non c’è margine di errore, è il Dna di Massimo Bossetti.

  1. SILVIA BRENA: ”NON MI RICORDO. NÉ I MESSAGGI CON MIO FRATELLO, NÉ QUELLO CHE DISSI IN QUEI GIORNI. NON RICORDO NULLA”

    «Sa che cosa c’è? Non so cosa risponderle: non mi ricordo». Silvia Brena è bella. Ma Silvia Brena è terribilmente evasiva. Silvia Brena sorride e allarga le braccia, sul banco dei testimoni del Tribunale di Bergamo, e tutti i riflettori si stringono su di lei. Se in questo processo non fossero vietate le riprese televisive, oggi sarebbe già diventata una star dei programmi del pomeriggio. È la quindicesima volta consecutiva che Silvia ripete di non ricordare quello che lei stessa aveva testimoniato agli agenti. Gli avvocati Paolo Camporini e Claudio Salvagni la stanno sottoponendo a un quarto grado di quelli che nemmeno Perry Mason.

 La domanda è una di quelle importanti: «Ricorda di essersi scambiata un messaggio con suo fratello, alle 18.35?». Risposta: «No». Domanda: «E ricorda di averlo cancellato subito dopo?». E lei: «No, non ricordo». Domanda: «Ma non è strano che sia lei che suo fratello abbiate entrambi cancellato solo quello?». Risposta: «Sì, forse. Ma se io non ricordo….». Le chiedono: «Ricorda di aver visto Yara, seduta in palestra?». «Se l’ho detto doveva essere così».

Ancora gli avvocati: «Ma si ricorda almeno di aver detto di aver ricevuto delle avances in palestra?». «No, non ricordo». Salvagni cela nei toni garbati uno moto di stizza: «Ma come può aver dimenticato? Le leggo la sua deposizione!». E allora lei: «Ah, sì, adesso che me lo dice, mi ricordo». Si ricorda di aver pianto, a casa, la sera della scomparsa, come ha raccontato suo padre?

«No, non ricordo. Ma se lui l’ha detto è possibile». È come un giallo, un mistero, ma anche come un film. È come un labirinto in cui si perde, come una lavagna cancellata. Le amiche di Yara, le sue compagne di palestra. Tutte carine, tutte sveglie, tutte capaci di esprimersi in un italiano compito, forbito, prive di qualsiasi inflessione dialettale.

Sono l’altra faccia di questo processo: nulla a che vedere con la bergamasca tribale, segreta, talvolta torbida, rivelata dall’inchiesta: sono perfette, si assomigliano, potrebbero essere uscite dal casting una serie americana, hanno i capelli giusti, gli occhi che brillano, un look acqua e sapone. Solo che c’è anche questo dettaglio: dicono tutte di non ricordarsi nulla.

Silvia Brena ha un sorriso solare, disarmante, che non corrisponde con l’espressione corrucciata del suo viso, a tratti terreo e pietrificato. Silvia in tribunale a Bergamo usa quel sorriso come un soldato spartano incastrato in una falange userebbe il suo scudo: per proteggersi. Silvia è una delle testimoni chiave che sfilano tra il pomeriggio e la sera della seconda giornata del processo per il delitto Yara. Silvia è l’unica persona – oltre a Massimo Bossetti – che ha lasciato il suo Dna sui vestiti di Yara.

Sulla manica del giaccone, per l’esattezza. Tutte le testimonianze dicono che quando lei è entrata in palestra Yara non aveva la giacca, lei non ricorda di averle parlato, e dice di essere andata in un altro piano a fare degli esercizi. Ma allora quel Dna da dove arriva? «Non lo so».

È un processo strano, quello di Bergamo: la mattina di venerdì si faceva a pugni per entrare in aula, il recinto dei giornalisti era affollato, le parabole dei tiggì hanno fatto gli straordinari per coprire le testimonianze del padre e della madre. Ma quando dopo una maratona devastante iniziano a sfilare le amiche e le ex compagne di corso di Yara, a sentirle non c’è quasi più nessuno. Ecco Daniela Rossi, una delle maestre: «Quando la mamma di Yara mi chiamò la prima volta non mi sono preoccupata, pensavo che Yara si fosse fermata a salutare qualcuno».

Ecco una ex compagna, Ilaria Ravasio, due di loro sono ancora minorenni. Durante l’udienza la testimonianza della Brena diventa il pretesto per un corpo a corpo tra legali e presidente della corte degno di un capitolo di Grisham: «Signorina Brena, vorrei chiederle. Lei ha usato la macchina tornando a casa?». E la presidente: «Avvocato Salvagni, questa domanda non è attinente!». E il legale di Bossetti: «Mi oppongo, signor presidente: se non è attinente la testimonianza dell’istruttrice di Yara, che cosa lo è?». Risposta: «Allora faccia domande su Yara, non sul privato della teste». Mugugno: «Allora riformulo: Signorina Brena, dopo aver lasciato Yara, che mezzo ha usato per uscire…?».

E si continua così, con toni da legal thriller, ma con l’inesorabile consequenzialità di ogni mossa, come se si trattasse di una partita a scacchi. Avevo letto le testimonianze rese nel 2010 da Silvia e dalle altre ragazze. Ma fino a che non ho sentito il racconto della mamma di Yara, e fino a che non le ho viste in Aula, non avevo capito quanto potessero essere importanti. Intanto c’è un dato anagrafico: leggevi maestra, nei fascicoli, ma solo con il processo capisci che le «maestre» non erano donne fatte, ma ragazze di diciotto-venti anni, che imparavano dai grandi e insegnavano alle piccole. Oggi le amiche di Yara sono appena diventate maggiorenni, e hanno l’età che il giorno del delitto avevano le loro istruttrici: anche Yara oggi avrebbe diciotto anni.

Le prime e le seconde, e la media tra ieri e oggi è il punto medio di una generazione. Mi colpisce moltissimo anche la testimonianza di Martina Dolci. Ha diciotto anni, uno sguardo spaurito da cerbiatta. Martina in questo processo è un teste decisivo perché è lei che ha ricevuto l’ultimo messaggio di Yara, l’ultimo contatto in vita. La mattina mamma Maura Panarese, la signora Gambirasio aveva descritto il legame di ferro di queste tre amiche, che con regolarità sorprendente mangiavano insieme, andavano in palestra insieme, giocavano insieme, partecipavano alle gare insieme. L’avvocato Camporini chiede a Martina: «Ricorda di aver ricevuto il messaggio di Yara?».

E allora anche lei allarga i suoi occhi stupiti da cerbiatta: «No, non ricordo». Mi chiedo: ma come è possibile? L’evento più grande e terribile della sua vita, dimenticato così? «Ricorda se Yara aveva degli amori, se parlava di ragazzi?». E lei: «Veramente noi parlavamo poco di cose private, solo di ginnastica». L’avvocato è incredulo: «Ma non eravate amiche per la pelle?». E lei: «I nostri rapporti dipendevano soprattutto dalla ginnastica».

È a questo punto del pomeriggio che mi chiedo: hanno solo paura o nascondono qualcosa? Anche Laura Capelli era stata una maestra di Yara, anche lei ha oggi venticinque anni. È lei che aveva avvisato Silvia Brena, quella sera. Anche Laura è carina, seria, scrupolosa. Ma a tratti anche lei non ricorda bene: «Capisce, è passato tanto tempo». Le chiedono: «Ricorda che il fratello della Brena frequentasse il centro?». Risposta: «No, assolutamente». Allora l’avvocato Camporini si spazientisce: «Ma come? Se nella testimonianza aveva detto che aveva lavorato al bar!».

E lei: «Ha ragione, avevo dimenticato». La mattina, la signora Gambirasio aveva rivelato una circostanza incredibile: la tata di Yara, che le dava una mano a casa, e che nel tempo era diventata una delle sue migliori amiche, era la signora Aurora Zanni. Ma la signora Zanni era anche la moglie del cugino di Giuseppe Guerinoni, l’autista che nel 1969 aveva avuto una storia con Ester Arzuffi. Guerinoni è il padre naturale di Massimo Bossetti.

Fa un po’ di impressione scoprire che il figlio di Aurora, Damiano, all’epoca ventenne, fosse un habituè della casa dei Gambirasio. Il ragazzo nei giorni del delitto era nel Mato Grosso, ma frequentava un luogo cruciale di questo delitto, la discoteca «Sabbie mobili». Sarebbe sua la traccia di Dna da cui si è risaliti alla Arzuffi, e quindi a Bossetti. Anche Silvia Brena in aula ripete: «Frequentavo la discoteca Sabbie mobili».

Il corpo di Yara è stato ritrovato nel campo di Chignolo, esattamente di fronte alla discoteca. Chiedono alla Brena, ancora una volta: «Si ricorda dove è stato ritrovato il corpo di Yara?». La risposta, so che non ci crederete, è: «No, non mi ricordo». Ho ascoltato con attenzione la mamma di Yara. Mentre parla Silvia ripenso alle sue parole. Sono rimasto stupito dal rigore della signora Maura, dalla sua meticolosità, dalla sua precisione.

AGGIORNAMENTO 03.10.2017

Vi proponiamo uno stralcio dell’intervista alla mamma di Massimo Bossetti, Ester Arzuffi

in cui dichiara di non avere mai avuto rapporti con il padre biologico di suo figlio

– Lei conosceva Giuseppe Guerinoni?
E. Arzuffi: Si certo che lo conoscevo, mi trasportava al lavoro.

– Eravate amici, conoscenti con Guerinoni?
E. Arzuffi: No no no. Solamente lo conoscevo perché mi trasportava al lavoro, basta ma neanche mio marito era amico.

– In che periodo l’ha trasportata a lavoro?
E. Arzuffi: Nel ‘66 fino a Marzo del ‘67

– Quando nasce Massimo Giuseppe Bossetti?
E. Arzuffi: Nel ’70, il 28/10/70

– Quindi due anni dopo rispetto a questi accompagnamenti da parte del Guerinoni?
E. Arzuffi: si si si. Si perché poi non ci siamo più neanche visti.

– La scienza non sbaglia signora Arzuffi
E. Arzuffi: si si si si, la scienza non sbaglia ma io non son stata con Giuseppe Guerinoni. Se glielo dico io, non son stata a letto con Giuseppe Guerinoni e neanche ho avuto una sveltina e neanche ho avuto, scusate il termine ma neanche sono andata in camporella. Ecco, diciamo questo perché io sono sincera nelle cose.

– E allora come se lo spiega, cioè da un lato abbiamo la scienza che ci dice che Giuseppe Guerinoni è il padre biologico di Massimo Giuseppe Bossetti e da lì non c’è scampo.
E. Arzuffi: Certo, se non ho avuto rapporti con Guerinoni, qualcosa, qualcosa il mio ginecologo forse può darsi che abbia fatto.

– Quindi lei, sarebbe stata vittima inconsapevole di un’inseminazione artificiale?
E. Arzuffi: Si, inconsapevole io, inconsapevole mio marito, perché a me, ne’ a me ne’ a mio marito nessuno mi ha detto niente.

Omicidio Yara – La mamma di Bossetti: io vittima di una inseminazione artificiale a mia insaputa

PROCESSO BOSSETTI Dott. Dalila Ranalletta (Unomattina del 16 maggio 2016):
“ L’impianto accusatorio fa acqua da tutte le parti ”.

Prof. Umani Ronchi (Medicina Legale , Università La sapienza di Roma ): Il corpo di Yara , poteva essere FACILMENTE TRASPORTATO anche dopo 3 mesi dal suo decesso.”

Il nome di Guerinoni non era stato ancora ufficializzato

Il capitano dei Carabinieri ,Giovanni Mura , che stava indagando la pista del cantiere di Mapello veniva trasferito a Parma.

A proposito di erba alta ecco un breve video di “Chi l’ha visto” andato in onda la sera del 6 Febbraio 72013.. eh sì era proprio cosi, COME NO! E sapete quante volte viene ribadito, in sentenza, il concetto che oltre 1/2 metri non si poteva vedere il corpo e che i colori degli indumenti si confondevano con il terreno? Ben 8 VOLTE in sole 3 pagine.
Ah… dimenticavo: almeno fino alle 18 era ancora CHIARO, per cui no flash per le foto!

Secondo la ricostruzione dell’accusa il telefono di Yara, partendo dalla palestra, si era diretto verso SUD a Chignolo d’isola dove è stato ritrovato il suo corpo. Le celle telefoniche invece dicono il contrario cioè il suo cellulare,partendo dalla palestra si era diretto a NORD verso il cantiere di MAPELLO; Anche i cani molecolari si erano diretti a Nord verso il cantiere di Mapello.

CASO YARA

Erano passati pochi giorni dalla scomparsa di Yara…

I cani molecolari si erano diretti al cantiere di -Mapello; Il cellulare di Yara aveva agganciato la cella del cantiere di Mapello.

Massimo Bossetti è innocente!

AGGIORNAMENTO 05.10.2017